Sono profondamente colpito da quanto accaduto a Minab. La morte di tante bambine – si parla di 148 – sotto le macerie della loro scuola è un’immagine che interroga la coscienza di ciascuno di noi. Una scuola dovrebbe essere il luogo della crescita, della scoperta, della fiducia nel domani. Quando diventa un cumulo di macerie, non crolla soltanto un edificio, ma crolla un pezzo di futuro.
Ogni guerra viene raccontata attraverso strategie, equilibri geopolitici, rivendicazioni e contrapposizioni. Ma la verità più cruda è che i conflitti armati finiscono quasi sempre per colpire chi non ha alcun potere decisionale, come i civili, e tra loro soprattutto i bambini. Le bambine di Minab non erano parte di uno schieramento, non rappresentavano un obiettivo, non avevano responsabilità. Eppure hanno pagato il prezzo più alto.
Questo dovrebbe portarci a una riflessione più profonda. Finché si accetta l’idea stessa della guerra come strumento di risoluzione delle controversie, si accetta implicitamente che esista un margine di “perdite inevitabili”. Ma quando quelle perdite hanno il volto di una bambina seduta al banco di scuola, diventa evidente l’insostenibilità morale di questa logica. Non esiste una ragione sufficientemente forte da rendere accettabile la morte di un minore.
Le guerre non distruggono soltanto infrastrutture e città: erodono lentamente il valore della vita umana, abituano all’idea che il sacrificio degli innocenti sia un effetto collaterale. È proprio questa assuefazione il pericolo più grande. Perché ogni volta che consideriamo “inevitabile” la morte di un bambino in un conflitto, stiamo compiendo un passo indietro come civiltà.
La tragedia di Minab impone un cambio di sguardo. Non basta indignarsi, non basta contare le vittime. Occorre riaffermare con forza che la pace non è un concetto astratto o retorico, ma l’unica condizione nella quale i diritti dell’infanzia possono essere realmente garantiti. Senza pace, nessuna tutela è pienamente efficace; senza pace, ogni scuola resta potenzialmente esposta.
Il pensiero va alle famiglie spezzate, alle comunità ferite, a un’intera generazione segnata dal trauma. E insieme al dolore deve crescere una consapevolezza collettiva e finché continueremo a considerare la guerra una possibilità, continueremo a mettere a rischio ciò che abbiamo di più prezioso. L’infanzia dovrebbe essere un territorio sacro e inviolabile. Se non riusciamo a proteggerla, significa che abbiamo ancora molto da imparare sul significato autentico di umanità.
Antonio Marziale