La televisione e la violenza

Il tema della violenza nelle immagini televisive è stato oggetto di preoccupazioni crescenti negli ultimi anni (si può ricordare l’ovazione ricevuta da Clinton quando promise il suo impegno in questo campo, durante la campagna elettorale del ‘96; o l’interesse – anche polemico – suscitato negli USA nello stesso periodo dalla proposta del V-chip, chiave informatica anti-violenza da attivare sul televisore domestico). Agli approfondimenti sul piano della ricerca corrispondono, dal lato degli eventi sociali, crescenti prese di posizioni critiche, preoccupate, anche allarmate, di associazioni di diversa natura (da singole personalità a gruppi di professionisti, anche psicologi, a gruppi di genitori) e per più tipi di motivazioni (per le proprie competenze specifiche, ma anche per orientamenti culturali, ideologici, o per pura ricerca di notorietà).

Lo sviluppo delle ricerche sugli effetti della violenza trasmessa ha cercato di dare risposta agli interrogativi sulla presenza, la natura, l’entità, la direzione di tali effetti.

Che cos’è violenza

L’analisi della violenza in tv è condotta ormai da trent’anni. L’idea sottesa a queste ricerche è che l’esposizione a rappresentazioni di violenza influenza gli spettatori: l’idea appare semplice, ma la violenza può essere rappresentata in una quantità di modi, e differenze nelle caratteristiche del messaggio possono avere grande importanza per determinare gli effetti delle diverse scene sugli spettatori.

Volendo analizzare gli effetti degli spettacoli violenti, vi è quindi innanzitutto il problema di definire ciò che si considera come “violenza” negli spettacoli televisivi.
La violenza è stata definita come l’espressione manifesta di forza fisica che costringe ad azioni contro la propria volontà sotto pena di essere colpito od ucciso, oppure l’essere effettivamente colpito o ucciso (Gerbner e Gross, 1976, nell’ambito della formulazione del “Cultural indicators project” dell’Università di Pennsylvania (1). Sulla base di tale definizione sono stati elaborati indici di violenza largamente utilizzati per il monitoraggio dei programmi televisivi americani: si considera il numero di episodi violenti per ora o per programma, o la percentuale di personaggi coinvolti in uccisioni o altri atti violenti (a cui sono attribuiti diversi pesi), sia come aggressori che come vittime.

Dopo aver applicato tali indici in molte ricerche, ed in seguito a studi sugli aspetti della misurazione della violenza nei programmi televisivi, si è arrivati a rilevare che occorre tener conto non solo di tali fattori e del tempo di esposizione, ma anche e soprattutto di fattori più qualitativi, relativi al contesto e alla giustificazione della violenza: si sono proposti modelli di analisi qualitativa del contenuto. In tale prospettiva, per evitare una sommatoria semplicistica e “appiattente” di situazioni in realtà molto diverse fra loro nelle emozioni che suscitano e nelle conseguenze che producono sugli spettatori, Kunkel et al. (1995) giungono ad una definizione della violenza che fa riferimento ad una pluralità di elementi, che comprendono l’intenzione di danneggiare, la natura fisica del danno (o la sua chiara inferenza, come nel caso di una minaccia credibile di azione danneggiante o in quello di conseguenze evidenti dell’azione stessa) e il coinvolgimento di esseri viventi sia come agenti che come vittime.

“Violenza è definita come ogni palese illustrazione di una credibile minaccia di forza fisica o uso reale di tale forza intenzionalmente finalizzata a danneggiare fisicamente un essere animato o un gruppo di esseri animati. La definizione include anche delle illustrazioni di conseguenze di danni fisici contro un essere animato (o un gruppo) che avvengono come risultato di azioni non rappresentate direttamente. In tal modo si rilevano sono tre tipi principali di rappresentazioni di violenza: minacce credibili di violenza, comportamenti violenti diretti e conseguenze fisiche delle azioni violente.” (Kunkel et al., 1995).

Nel recente rapporto UCLA (Center for communication policy dell’università di Los Angeles – 1995) si è osservato come sia difficile individuare definizioni che riscuotano un consenso unanime: casi come quelli dei cartoni animati (in cui un personaggio viene ripetutamente colpito, schiacciato, messo su una bomba, senza subire gravi conseguenze), od anche della comicità manesca (alla Bud Spencer) o degli sport “violenti” (non solo la boxe, ma anche il rugby, l’hockey…) suscitano opinioni molto differenziate in proposito. La decisione di questo gruppo di ricerca è stata allora quella di utilizzare la definizione più estesa e inclusiva, ma con l’obiettivo di analizzare il contesto in cui ogni episodio si colloca per poter distinguere tra violenza pericolosa e non, anziché limitarsi a quantificare il numero di atti violenti.

L’arricchirsi e l’articolarsi delle ricerche ha quindi messo in evidenza la necessità di considerare in modo distinto almeno quattro aspetti della rappresentazione della violenza:

  • livello di realtà: se si tratta di finzione o rappresentazione di episodi reali (dall’estremo del cartone animato da un lato, a quello della cronaca in diretta dall’altro)
  • tipo di identificazione sollecitato: in particolare con la vittima o con l’aggressore
  • livello di gratuità o giustificazione: cioè quanto la vicenda (narrativa) nel suo insieme 
faccia apparire giustificate le azioni
  • crudezza della rappresentazione: se c’è ostentazione di scene orripilanti oppure, all’altro estremo, semplice evocazione indiretta o allusiva di situazioni violente.

Gli effetti dell’assistere a spettacoli di violenza

Sono state compiute numerose ricerche sugli effetti della rappresentazione della violenza, che sono state a loro volta raggruppate e confrontate in rassegne e studi comparativi. Le ricerche hanno messo in evidenza numerosi effetti negativi derivanti dall’assistere a spettacoli violenti, fra cui i principali appaiono:

  • aumentata accettazione della violenza come mezzo appropriato per la risoluzione dei conflitti;
  • desensibilizzazione ai danni-sofferenze sperimentate dalle vittime della violenza;
  • aumento della propensione al comportamento aggressivo;
  • degradazione della rappresentazione della realtà sociale (come minacciosa, pericolosa, in cui la violenza è continuamente presente).

Le ricerche sperimentali si sono volte in particolare a studiare l’aspetto più critico, cioè l’induzione ad un aumentato comportamento aggressivo. In quest’ambito esse hanno quasi sistematicamente indicato che la violenza televisiva produce effetti a breve termine sulle tendenze aggressive degli spettatori. Solo pochi esperimenti hanno dato indicazioni opposte (cfr. le esperienze di Feshbach sull’effetto “catartico”, effetto su cui si tornerà più avanti) o hanno mostrato risultati incerti. 
Più complesso è però dimostrare quali siano gli effetti a lungo termine. E’ stata infatti spesso trovata una correlazione positiva fra esposizione duratura a spettacoli violenti e aggressività, ma il problema che si è posto ai ricercatori è stato quello di distinguere fra due tipi di fenomeni, ben distinti quanto a rapporti causali: l’effetto che ha l’assistere alla violenza nell’indurre al comportamento aggressivo, e la preferenza che manifestano i soggetti aggressivi per i programmi televisivi violenti. Solo nel primo caso la correlazione può essere indice di un effetto dannoso dei programmi televisivi: nell’altro caso, l’aggressività dei soggetti potrebbe essere del tutto indipendente, nelle sue origini, dagli spettacoli a cui essi assistono. 
Il ricorso a ricerche longitudinali ha cercato di documentare l’effetto a lungo termine dell’assistere a spettacoli televisivi violenti in giovane età, mettendo in luce la presenza di un effetto significativo in questo senso.
I risultati di Eron, i più noti e rilevanti anche perché concernenti un arco temporale di 10 anni, appaiono confermati da altre ricerche e sono accettati da una larga parte degli studiosi, ma sono stati messi in discussione da alcuni ricercatori, che hanno rilevato dei difetti metodologici od hanno avanzato ipotesi integrative, in grado – ad esempio – di spiegare meglio perché, nei dati di Eron, gli effetti negativi riscontrati fossero statisticamente significativi solo per i ragazzi e non per le ragazze. 
Freedman (1988), uno dei critici alle tesi tradizionali, sostiene che le ricerche esaminate portano a concludere che non ci sono dati sufficienti per sostenere che l’assistere alla violenza televisiva produca aggressività: egli afferma che questa è solo un’ipotesi probabile, ma che molti studi disegnati per provarla sono falliti e che, fra quelli che non sono falliti nell’intento, non ce n’è nessuno che da solo abbia un potere dimostrativo abbastanza forte. Vi è tuttora una contrapposizione fra chi (i più numerosi, di cui Berkowitz ed Eron sono forse i più eminenti) sostiene che i dati mostrano chiaramente la dannosità su più piani dell’assistere a scene di violenza e chi sostiene invece che i dati non sono a tutt’oggi sufficientemente dimostrativi (in particolare, Freedman). 
Si è anche cercato di ricorrere allo strumento della meta-analisi, sviluppato recentemente negli studi psicologici e sociali proprio con l’intento di sommare i dati di più studi per ottenere un maggiore potere dimostrativo: la meta-analisi compiuta da Paik e Comstock (1994) ha evidenziato una correlazione positiva e significativa fra assistere alla violenza televisiva e comportamento aggressivo, anche se gli effetti variavano di grado in rapporto ai singoli problemi esaminati.

Resta comunque il problema che solo una parte fra gli studi esaminati riesce ad andare al di là del dato correlazionale, che come si è visto può essere messo in discussione nel suo significato, per proporre un vero modello causale.
La convergenza di tanti risultati, pur se nessuno da solo del tutto indiscutibile e generalizzabile, sembra però essere assai più di un indizio, tanto più se si tiene conto della complessità di aspetti del problema, che rende ben difficile poter ottenere un risultato dal valore univoco, generale e totalmente dimostrativo.

I contrasti interpretativi emersi hanno reso evidente la complessità del problema ed hanno portato a studiare l’effetto di singoli aspetti e di diverse variabili di mediazione, al di là di un effetto globale della “violenza”.
Si è così osservato che negli adolescenti vedere la violenza conta meno, come fattore causale, del fatto che piaccia vederla; o che, in giovani adulti, la preferenza per programmi televisivi violenti è assai poco legata alla propensione al comportamento aggressivo, quando si controllino i fattori di sesso, status, istruzione ed origine etnica (ad es., bianchi vs. neri negli USA). Altri ricercatori non hanno trovato un legame diretto e lineare tra esposizione alla tv violenta ed aggressività, ma piuttosto una interazione fra tratti di personalità ed esposizione alla tv violenta.

Si può quindi osservare che nell’insieme delle ricerche prevalgono i dati che inducono a preoccupazione, ma che i risultati non sono monolitici: essi sono sfrangiati con diverse accentuazioni e differenze in relazione ai soggetti considerati, al tipo di modelli e spettacoli, ai contesti, alle modalità di fruizione e comprensione di quanto visto.

Ne deriva la necessità di non parlare più di violenza in termini indifferenziati, ma di esaminare diversi aspetti di essa (notizia, impatto visivo, tipo di giustificazione, caratteristica del modello, approvazione sociale del modello…) e le modalità “cognitive” di interpretazione, comprensione e valutazione di quanto è stato presentato.

I meccanismi psicologici che spiegano gli effetti degli spettacoli violenti

Molte ricerche si sono limitate ad osservare l’esistenza o la concomitanza dei fenomeni negativi osservati. Ma per comprenderne la natura occorre darne una spiegazione e proporre un modello causale: a cosa sono dovuti gli effetti riscontrati? perché in alcune situazioni essi si manifestano con maggiore intensità? quali sono i fattori critici? Per dare risposta a tali interrogativi sono state proposte più teorie sugli effetti indotti dall’assistere a spettacoli di violenza:

  • •Teoria dell’apprendimento per imitazione di Bandura: la teoria afferma che l’osservazione del comportamento di un altro (che costituisce un “modello”) esercita un’influenza sul comportamento successivo di chi osserva e dà così luogo ad una forma di apprendimento. Si può qui ricordare l’esperienza classica, ripetuta in diverse varianti, in cui dei bambini, dopo avere assistito ad un filmato in cui vedono percuotere un pupazzo, tendono poi a ripetere una sequenza di azioni analoga quando vengono messi in una stanza in cui è presente un pupazzo, pur se mescolato fra diversi altri giocattoli (mentre bambini di un gruppo di controllo, messi in situazione simile senza prima avere assistito al comportamento del modello, non compiono azioni simili).

Bandura osserva che si possono distinguere tre processi fondamentali nell’apprendimento per osservazione:

  • acquisizione: l’osservazione può arricchire il repertorio comportamentale del soggetto di nuove azioni, in precedenza non presenti e non pensate, che vengono percepite e memorizzate e divengono quindi disponibili; ma le condizioni per il verificarsi di tale processo dipendono dai processi attentivi, e quindi dalla salienza e distintività dello stimolo, nonché dalla focalizzazione dell’attenzione
  • esecuzione o “performance”: si tratta della messa in atto del comportamento divenuto disponibile: essa dipende dalla memorizzazione e ripetizione mentale della sequenza, dal possesso precedente di abilità e sequenze di azione, se esse sono implicate nella nuova (ad es.: come usare un bastone, una pistola…), nonché dalla consonanza con bisogni e aspettative personali, quindi con l’immagine di sè e con la percezione di auto-efficacia
  • mantenimento: concerne i requisiti necessari perché l’azione si consolidi come modalità comportamentale stabile; condizione è la presenza di condizioni motivanti, quali la possibilità di identificarsi nel modello osservato (da cui l’importanza della similarità con il modello, o del suo potere).
  • Teoria dell’identificazione: nell’ottica psicoanalitica si rileva come nell’infanzia o in stati primitivi di funzionamento psichico vi sono forme di identificazione primarie, che implicano la riduzione della distanza fra sé e l’oggetto di identificazione, fino a raggiungere il suo annullamento in una condizione di “fusione”. In altre forme è possibile un’identificazione con il personaggio non nella sua globalità, ma anche solo per alcuni suoi aspetti (identificazione parziale); è quello che spesso avviene nell’assistere a spettacoli televisivi violenti.
  • Teoria “catartica” (2): si ipotizza che l’assistere ad uno spettacolo violento possa costituire una soddisfazione sostitutiva e simbolica delle pulsioni aggressive già presenti in chi guarda, anche se non in forma cosciente, permettendo loro di esprimeresi in tale forma indiretta anziché attraverso azioni concrete; secondo tale ipotesi, l’assistere a spettacoli 
2 In riferimento alla sua etimologia greca, catarsi significa “purificazione” ed indicava l’effetto sugli spettatori prodotto dalla conclusione delle tragedie classiche, in cui si realizzava la “messa in scena” drammatica di conflitti fra forze non controllabili dagli uomini. 
 violenti potrebbe ridurre la tensione ed il comportamento aggressivo in soggetti che potrebbero altrimenti essere propensi ad attuarlo (ad esempio persone che sono state sottoposte a frustrazioni). Feshbach (1961) ha realizzato delle condizioni sperimentali in cui ciò effettivamente sembra verificarsi; altri ricercatori, però (come Berkowitz) hanno trovato risultati opposti (soggetti frustrati aumentano le loro espressioni di aggressività, anziché diminuirle, dopo aver assistito a spettacoli violenti): l’effetto catartico sembra quindi essere un fenomeno circoscritto, in grado di verificarsi solo in presenza di condizioni molto specifiche (3).
  • Teoria della modificazione della percezione della realtà (“cultivation effect” di Gerbner): un elevato consumo di televisione, e di programmi violenti in particolare, porta ad un’estensione della percezione di violenza: nello spettatore si sviluppa una visione negativa e minacciosa del mondo ed una tendenza a percepire indici di minaccia anche in condizioni di neutralità. Ciò comporta anche la tendenza a identificare come “minacciose” molte situazioni e intere categorie di persone, sollecitando sentimenti ostili nei loro confronti e preparando le persone a reagire aggressivamente contro tali minacce.
  • Teoria dell’attivazione (“arousal theory”): l’assistere a spettacoli violenti produce attivazione ed eccitazione fisiologica, registrabile in termini fisici (aumento della pressione arteriosa, accelerazione del battito cardiaco e della respirazione, aumento della conducibilità elettrica della cute..): tali mutamenti fisiologici favoriscono l’insorgere di reazioni aggressive, o almeno la codifica in termini di aggressività delle reazioni a situazioni esterne successive.
  • Teoria della disinibizione: la disinibizione consiste nell’allentamento dei meccanismo inibitori, soprattutto in presenza di indicazioni che suggeriscono la giustificazione della violenza. In tale contesto si possono richiamare i meccanismi di disimpegno morale (“moral disengagement”) studiati da Bandura: si tratta della tendenza al disimpegno ed alla giustificazione di fronte al verificarsi di atti violenti o alla loro messa in atto da parte del soggetto ; ciò avviene attraverso più strategie, quali la diffusione di responsabilità (caduta della responsabilità individuale e attribuzione delle cause al contesto, al gruppo…), l’attribuzione di responsabilità alla vittima, la deumanizzazione della vittima, la minimizzazione o la connotazione eufemistica dell’atto violento, la comparazione vantaggiosa (evocando confronti con altri eventi ritenuti più gravi…), ecc.: l’assistere a spettacoli violenti, specialmente se la violenza appare in essi diffusa, “naturale” e non condannata, sostiene e rafforza la disponibilità cognitiva e la tendenza ad usare queste strategie di disimpegno.
  • Teoria della desensibilizzazione: la ripetuta esposizione a scene di violenza produce un riduzione di reattività di fronte alla violenza nella vita reale. L’assuefazione indurrebbe ad un innalzamento della soglia di attenzione di fronte ad eventi violenti e una tendenza a sottostimarne la gravità. Come osserva una recente riformulazione della teoria, lo stimolo non produce più riflessi di orientamento forti, in quanto non più nuovo, e vi è quindi una diminuzione di attenzione di fronte alla scena violenta, che non riesce più ad attivare reazioni emozionali e cognitive adeguate.

Tutte queste teorie, con la parziale eccezione della teoria catartica, evidenziano i fenomeni negativi indotti dalla televisione violenta, ma in alcuni casi indicano anche l’importanza che hanno diversi fattori di mediazione per indurre o meno effetti negativi: si tratta in particolare del ruolo dell’immagine di sè, dell’autoefficacia, dei diversi tipi di identificazione, dei meccanismi di disimpegno morale).

La mediazione cognitiva e sociale della televisione 


Occorre ricordare che lo stesso bambino, che spesso ci si preoccupa di proteggere dagli effetti negativi della violenza televisiva, non è un ricevitore passivo dell’informazione, ma agisce cognitivamente sull’informazione in arrivo. Ciò avviene sulla base di fattori di personalità che mediano l’effetto della violenza vista in tv, ma anche sulla base delle aspettative, delle strategie e delle capacità di interpretazione del messaggio. E’ il bambino, o comunque lo spettatore, che interpreta come realistica o fantastica una scena, anche in rapporto a quello che sa sulla realizzazione dei filmati televisivi, sulle forme tipiche e ricorrenti di tali filmati, sulle retoriche utilizzate nella fiction e quelle utilizzate nell’informazione. E’ sempre lo spettatore che coglie l’aspetto positivo o critico della rappresentazione della violenza, sulla base dei suoi orientamenti e capacità di elaborazione delle immagini. Ad esempio, si è osservato che la semplice consapevolezza che un episodio aggressivo visto in TV è soltanto rappresentato e non reale appare in grado di indurre un minor livello di aggressività nel periodo successivo alla visione del programma. 
Lo spettatore, anche bambino, non è poi, di norma, nemmeno uno spettatore solitario: o perché c’è un interazione sociale reale – ad esempio familiare – nell’assistere alla tv, o perché l’esperienza sociale dello spettatore media (a priori o a posteriori) ciò che egli vede: egli è guidato da aspettative indotte dalle discussioni con gli amici, da letture, dalle reazioni degli altri (o dei genitori) a spettacoli analoghi visti in passato. 
Di fatto, si osserva che vi è un importante potere di mediazione sulle reazioni dei bambini, dato dall’atteggiamento dei genitori verso la violenza in generale, prima ancora che verso gli spettacoli violenti. Vi sono quindi numerosi mediatori ambientali e personali che influenzano il grado in cui i bambini sviluppano e usano i copioni aggressivi. 
Per il verso opposto, la televisione funziona essa stessa da mediatore delle regole sociali : ad esempio, la rappresentazione televisiva della violenza ha un peso rilevante nella 
comprensione dei meccanismi sociali concernenti il crimine e il suo trattamento nella nostra società: la cronaca giornalistica da un lato, e i telefilm polizieschi dall’altro veicolano le retoriche sociali relative al crimine ed all’applicazione della legge, con cui difficilmente altrimenti lo spettatore (specie se bambino) può entrare in contatto diretto.

L’effetto della televisione violenta sui bambini con problemi 

Per un bambino assistere ai programmi televisivi è una delle attività quotidiane più normali ed anche basilari, in termini di tempo trascorso : in molti casi le ore trascorse davanti alla TV nell’arco dell’anno superano quelle trascorse a scuola : ciò è certamente vero per la media dei bambini e ragazzi americani (si considera che alla fine delle scuole medie abbiano trascorso circa 15.000 ore davanti alla tv, rispetto a circa 11.000 a scuola). In Italia la dipendenza dal televisore è un po’ inferiore, ma si sta ormai avvicinando alla media americana. Secondo i dati Auditel, i ragazzi di età compresa fra 4 e 14 anni trascorrono in media 2 ore e 32 minuti al giorno davanti al televisore, con una significativa minoranza (quasi il 20%) che arriva alle 5/6 ore giornaliere. Oliverio Ferraris, con la tecnica del diario (una delle migliori e più precise), ha rilevato in ragazzi fra i 7 e gli 11 anni una media di 3 ore e mezza trascorse davanti alla tv nel giorno precedente all’intervista.

In tali condizioni di sovraesposizione alla televisione, i bambini non corrono soltanto il rischio di un aumento del comportamento aggressivo, ma anche quello di un aumento del timore di subire essi stessi violenza, e di una assuefazione alle immagini violente, tanto da divenire maggiormente indifferenti alle scene di violenza, abituarsi ad esse e finire per ricercarle.

Il problema può divenire particolarmente rilevante nel caso di bambini che già soffrono di disturbi della condotta o dell’emotività: questi bambini trascorrono in genere più tempo davanti al televisore, sono maggiormente attratti da esso rispetto ai loro coetanei, mostrano maggiore preferenza per filmati di azione con contenuto aggressivo (telefilm polizieschi, cartoni animati con scene di violenza, sport violenti, ecc.) e manifestano una maggiore reattività ai contenuti aggressivi. Essi, inoltre, mostrano una maggiore difficoltà a discriminare la realtà dalla fantasia e sono maggiormente convinti che ciò che è rappresentato dalla televisione rispecchi la vita reale.

A causa di tali propensioni e di tali limitazioni cognitive, i bambini con disturbi dell’emotività appaiono particolarmente sensibili all’esposizione agli spettacoli violenti, ed è possibile che questi contribuiscano ad amplificare i problemi di adattamento già presenti.

Le possibilità di ridurre gli effetti negativi della televisione violenta

Sulla base di quanto si è finora osservato, si è largamente sviluppata negli specialisti la consapevolezza dei rischi che comporta, specie per i bambini, l’assistere a spettacoli violenti ; soprattutto per i bambini con problemi o per cui sono assenti sufficienti abilità cognitive e sostegni sociali per decodificarli e interpretarli tendo conto del contesto, del grado di realtà e della natura del messaggio. Si sono allora cercate delle vie per ridurre l’impatto negativo delle scene violente.

La via più diretta, ma anche meno immediata, è stata quella della pressione sugli emittenti per una riduzione della violenza negli spettacoli e per una sua contestualizzazione nell’informazione: al fine di avere meno violenza ingiustificata, meno violenza spettacolo, ed un’informazione corretta sulla violenza che ne metta in luce le cause e gli effetti dolorosi; in questo senso si sono sviluppate sia iniziative a livello politico (come nel caso, citato all’inizio, del programma presidenziale di Clinton negli USA), sia pressioni dell’opinione pubblica sui network o sui loro inserzionisti pubblicitari, sia prese di coscienza autonome dei dirigenti e giornalisti stessi (la RAI, in Italia, ha promosso ad esempio diverse ricerche ed ha sviluppato un controllo di qualità interno anche a questo fine; Mediaset ha proposto i “bollini” di diverso colore nei suoi programmi per segnalare ai genitori quelli “pericolosi”).

L’altra grande via di intervento è quella mirata all’intervento diretto sui bambini e ragazzi spettatori, al fine di sviluppare le loro capacità interne di controllo cognitivo ed emozionale sulle rappresentazioni televisive.

Si sono identificate due direzioni per questo tipo di intervento :

  • una concernente il consenso sociale relativo alla desiderabilità del comportamento aggressivo o antisociale: attraverso, ad esempio, il favorire la discussione fra i bambini e i ragazzi sui temi, i personaggi, le soluzioni proposte nei filmati e sostenendo quindi lo sviluppo di norme condivise fra i ragazzi intorno alla valutazione dei comportamenti aggressivi rappresentati;
  • l’altra centrata sullo sviluppo delle capacità di elaborazione dell’informazione ricevuta: aumentando le conoscenze sui meccanismi narrativi della tv, accrescendo la distinzione fra realtà e finzione e la consapevolezza dei limiti dell’obiettività e realisticità del mezzo televisivo.

Sia Van De Voort che Oliverio Ferraris hanno sottolineato come si possano promuovere dei veri e propri “corsi di televisione” finalizzati a far comprendere ai bambini e ai ragazzi il linguaggio del mezzo televisivo, identificando vari trucchi ed effetti speciali, analizzando i programmi e rendendone evidenti le esigenze, le finalità e gli obiettivi. Diventando maggiormente attivo nel guardare la tv, anziché collocarsi solo come spettatore passivo, il ragazzo può acquisire le strategie necessarie ad una comprensione più indipendente dei messaggi. Oltre ad impadronirsi del linguaggio degli audiovisivi, imparando ad apprezzare la differenza fra programmi stereotipati e programmi più informativi o emozionalmente significativi, il ragazzo può in questo modo sperimentare una maggiore fiducia nelle sue capacità di comprendere attivamente e modificare le suggestioni a cui è sottoposto e la realtà a cui è esposto. 
Osservazioni conclusive 
Pur in presenza di una considerevole complessità dei risultati emersi dalle ricerche, è possibile trarre alcune conclusioni di fondo: 
vi sono effetti negativi della rappresentazione televisiva della violenza, che si manifestano su più piani: desensibilizzazione, assuefazione, “disimpegno morale”, imitazione diretta;

  • tali effetti si presentano soprattutto se l’assistere a spettacoli violenti si somma ad altri fattori di rischio che già colpiscono i bambini;
  • il segnale di allarme non implica quindi il demonizzare la televisione, attribuendole la causa di effetti che sono dovuti a problemi di diverso livello (come relazioni familiari inadeguate o emarginazione sociale): la televisione assume infatti anche funzioni informative, oltre che di intrattenimento, nella stessa rappresentazione della violenza;
  • la possibile dannosità della violenza non è in relazione alla sola quantità, ma soprattutto ai significati ed alla qualità della rappresentazione: non si tratta quindi solo di misurare la quantità di atti violenti rappresentati, ma la loro qualità, il tipo di rappresentazione, di giustificazione e di contestualizzazione in cui essi sono collocati: sono infatti le modalità cognitive da cui è mediata la visione della violenza che ne determinano gli effetti;

è possibile intervenire attivamente per la riduzione degli effetti negativi prodotti dagli spettacoli violenti, sia per mezzo di forme di pressione sociale, sia attraverso forme di educazione specifica dei bambini, che li possano aiutare a comprendere e controllare meglio, anche sul piano emozionale, le rappresentazioni a cui sono esposti.

Note

  1. Il database prodotto nell’ambito del Cultural indicators project, iniziato nel 1967 per esaminare le relazioni fra l’assistere alla TV e lo sviluppo delle rappresentazioni della realtà sociale, è ormai di 3.000 programmi e 35.000 personaggi (cfr. Signorielli, Gerben e Morgan, 1995).
  2. In riferimento alla sua etimologia greca, catarsi significa “purificazione” ed indicava l’effetto sugli spettatori prodotto dalla conclusione delle tragedie classiche, in cui si realizzava la “messa in scena” drammatica di conflitti fra forze non controllabili dagli uomini.
  3. Il termine “catarsi” in queste esperienze è d’altronde usato in modo per lo più generico, spesso distante dall’originaria accezione psicoanalitica.

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di Adriano Pagnin

Adriano Pagnin è ordinario di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Pavia. Presidente del Corso di laurea in Psicologia. Coordinatore del dottorato di ricerca in Psicologia e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia del Ciclo di Vita. La sua attività nel campo della psicologia dello sviluppo ha comportato anche le funzioni di membro della direzione dell’AIP e coordinatore della sezione di psicologia dello sviluppo dell’AIP stessa, membro della direzione di Età Evolutiva e dell’ European Journal of High Ability.