Intervista / La criminologa Roberta Bruzzone: “Genitori si alleino con la scuola, anziché difendere a spada tratta i figli”

Nostra intervista a Roberta Bruzzone, criminologa investigativa e psicologa forense, sulla devianza minorile.

Dottoressa Bruzzone, la devianza minorile, in chiave criminologica, sembra avere fatto un salto di qualità. Qual è il tipo di crimine maggiormente perpetuato da minorenni su minorenni?

Negli ultimi 6 anni i reati compiuti da minori, segnalati all’autorità giudiziaria dalle forze di polizia, nel complesso sono diminuiti anche se non in maniera significativa. Purtroppo l’elenco dei reati commessi dai minori nei confronti di altri minori, prevalentemente, riguardano anche le fattispecie di reato più gravi come gli omicidi volontari  e colposi, i sequestri di persona, le violenze sessuali da “branco”, i furti, le rapine. Poi non mancano i danneggiamenti, l’associazione per delinquere, le lesioni dolose, le minacce, le diffamazioni e gli atti persecutori. A preoccuparmi notevolmente sono però i dati relativi alle violazioni della normativa sugli stupefacenti e alle violenze sessuali commesse da minori ai danni di altri minori.

La devianza minorile, oggi, è da considerarsi più individualistica o sociale?

Ritengo ci sia un grave problema di matrice culturale e valoriale da cui non si può prescindere per fornire una lettura realistica della devianza minorile nel suo complesso. I dati ci raccontano chiaramente e ci dimostrano come, nella maggior parte dei casi, dietro un soggetto deviante vi sia una famiglia disfunzionale sotto diversi profili che vanno dalla “disattenzione” genitoriale alla promozione da parte genitoriale di valori improntati alla sopraffazione dell’altro a qualunque costo. Non possiamo trascurare che molti dei ragazzi che si macchiano di reati molto gravi ancora minorenni provengono da famiglie che hanno una chiara estrazione criminale. In questa prospettiva il problema è, in primis, da affrontare in chiave sociale più che individuale. 

É d’accordo con quanti considerano la devianza e la criminalità come “tratti della psiche del soggetto in divenire”, come “prodotti di processi cognitivi difettosi”?

Francamente ritengo che già intorno ai 14 anni un soggetto abbia raggiunto un grado di maturazione, sotto il profilo del funzionamento psicologico, emotivo ed affettivo, che lo mette almeno in condizione di distinguere il bene dal male. Certamente lo sviluppo di un essere umano è un processo in divenire e quella è una fase in cui non tutte le strutture neurocorticali sono giunte a maturazione, ma indubbiamente non ritengo assolutamente che si possa considerare la condotta criminale di un minore come una sorta di fantomatica “patologia mentale” o il prodotto di “processi cognitivi difettosi” perché la capacità di distinguere il bene dal male è una competenza che acquisiamo in una fase ben precedente nel percorso evolutivo. Solitamente poi la cornice culturale e valoriale del minore autore di reato ci fornisce un quadro preciso della situazione, che quasi mai riguarda problematiche di natura psicologica.

Esiste, in tema di devianza e criminalità minorile, una amplificazione di “panico morale” dato dalla risonanza mediatica o davvero siamo all’emergenza?

I dati in realtrà non sono in aumento quindi non possiamo parlare di “emergenza”. E’ un problema strutturale, fortemente permeato da problematiche di matrice culturale che poi si riflettono sui modelli genitoriali attuali afflitti da numerose criticità e decisamente inadeguati rispetto alla complessità del compito. Su quelli potremmo aprire una bella riflessone davvero.

Cosa possono fare i genitori e cosa può fare la scuola per contenere la fenomenologia?

Il punto è proprio questo:  i genitori devono tornare ad allearsi con la scuola anziché diventare i difensori (a spada tratta) dei propri figli, altrimenti non abbiamo davvero speranze.

Intervista di Antonio Marziale