Alfie e “Mio figlio fatto a pezzi nell’ospedale di Liverpool”.

di Antonio Marziale (Sociologo, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria)

C’è gente che pensa che l’atteggiamento di quanti hanno pregato per la vita di Alfie Evans nasconda una dose di sano bacchettonismo o integralismo cattolico irrazionale. Chi non ha fede, purtroppo, non può immaginare cosa significhi avercela. Ma, andiamo oltre, lasciando perdere i tanti “progressisti radicali” che, pur di apparire “moderni”, vanno contro tutti e tutto: sono figli del relativismo, quello che Benedetto XVI ha mirabilmente individuato come nemico del tempo corrente. 

Quali sono le ragioni che hanno fatto gridare allo scandalo per l’atteggiamento degli inglesi? 

  1. Mariella Enoc, presidente dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma non è stata fatta entrare nemmeno in ospedale. Era andata per dichiarare la disponibilità ad accogliere le richieste dei genitori desiderosi di aggrapparsi – con pieno diritto – alla speranza, quand’anche la scienza si è arresa. Niente, bloccata dalla polizia alle porte nel nosocomio.
  2. Vescovi e cardinali inglesi hanno costretto don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano che per giorni ha vegliato il piccolino, a lasciare la stanza del bimbo e a tornarsene nella sua parrocchia di Londra, in contrasto con la richiesta dei genitori di averlo vicino. Perché cotanto potere “spirituale” si è prestato alla volontà dei medici?
  3.  Alfie Evans ora è a tutti gli effetti cittadino italiano. Il Consiglio dei Ministri italiano, su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, ha deliberato il conferimento della cittadinanza al piccolo, nato a Liverpool, in Gran Bretagna, il 9 maggio 2016 “in considerazione dell’eccezionale interesse per la comunità nazionale ad assicurare al minore ulteriori sviluppi terapeutici, nella tutela di preminenti valori umanitari che, nel caso di specie, attengono alla salvaguardia della salute“. Ma Anthony Hayden, lo stesso magistrato che aveva autorizzato il distacco delle macchine al piccolo, aveva convocato una nuova udienza con tutte le parti coinvolte, a Manchester, decretando il “no” al trasferimento del piccolo in Italia.
  4. Il papà di Alfie, Tom, a Famiglia Cristiana ha mostrato foto del piccolo completamente bagnato dalla propria pipì e sommerso da pus stantio, sintomo di una cura igienica estremamente deficitaria.

Stop! Tanto basta a farci riflettere e ad autorizzarci a pensare: cosa si doveva nascondere? I signori “radicali progressisti” hanno ancora qualcosa da obiettare? Si? Orbene, leggiamo quanto riportato da Repubblica il 6 marzo 2000 e lasciamo che a chiudere sia l’articolo di Teresa Serrao. Dopodiché chi ha ancora voglia di pensare che le preoccupazioni italiane e vaticane siano state solo “moraliste” si accomodi…

Mio figlio fatto a pezzi nell’ospedale di Liverpool (La Repubblica, 6 marzo 2000)

“HO VISTO i suoi organi sezionati in tre contenitori bianchi: il cuore, il cervello, il fegato, i reni. Mio figlio Marcello era stato fatto a pezzi. L’ ho scoperto otto anni dopo. Aveva venti giorni quando è morto sotto i ferri all’ ospedale “Alder Hey” di Liverpool”. Tracy Lowthian ha perso Marcello nel 1992. Solo pochi mesi fa ha saputo che il suo corpo era stato svuotato di tutti gli organi. Fatto a pezzi, scopo ricerca scientifica o chissà che altro. Era una delle migliaia di mamme e papà inglesi coinvolti nello scandalo scoppiato nell’ autunno scorso in Inghilterra. Organi di bimbi prelevati senza il consenso dei genitori. Tracy racconta, fermandosi di tanto in tanto per riprendere fiato. “Marcello era il mio terzo figlio. E’ nato il 21 agosto 1992. Vivevo a Modena con mio marito Franco che è italiano e ha una ditta di trasporti, ma per avere il bambino sono tornata dai miei, a Liverpool. Anche gli altri due erano nati in Inghilterra. Dieci giorni dopo la nascita respirava male e mi hanno consigliato di portarlo all’ “Alder Hey”. Mi avevano detto che era il migliore. A venti giorni lo hanno operato al cuore: era il 10 settembre. E’ morto sotto i ferri. Il coroner ha ordinato l’ autopsia, visto che era morto durante l’ operazione. Ero preparata, non avevano bisogno di chiedere il mio consenso. Ma nel certificato post mortem – che ho visto soltanto adesso – non c’ era scritto nulla di quello che avrebbero fatto dopo. Per questo sì che c’ era bisogno del mio permesso. “Marcello è stato svuotato di tutti i suoi organi. Il cuore, il cervello, il fegato, i reni, lo stomaco, l’ intestino… e forse anche la lingua sono conservati negli scantinati dell’ ospedale. I suoi organi riproduttivi non si trovano più, spariti. “E’ cominciato tutto a settembre 1999, quando in televisione ho sentito parlare dell’ inchiesta che aveva investito l’ ospedale pediatrico di Bristol. Ho chiamato l’ “Alder Hey”: volevo sapere se ero anch’ io fra i genitori di questi bambini fatti a pezzi. Mi hanno risposto “cercheremo”. “Dopo due giorni mi hanno richiamata: “Signora purtroppo il cuore di suo figlio è qui, in ospedale”. Ho chiesto di incontrare i dottori che avevano operato mio figlio. Dicevano di non sapere niente. Sono tornata a casa. Sono passati pochi giorni, mi hanno richiamata: “Abbiamo trovato anche il cervello di suo figlio, ci dispiace”. E’ andata avanti così per giorni, avevano tutto di Marcello: il fegato, i reni, lo stomaco, l’ intestino… Allora sono tornata in ospedale, ho chiesto di vedere gli organi di Marcello, uno per uno. Hanno fatto resistenza. Alla fine hanno dovuto cedere. “Mi hanno portato tre contenitori bianchi: nessuno degli organi era intero, erano fatti a pezzetti. “Dove sono le ricerche che avete fatto su mio figlio, voglio vederle”. La risposta fu: “Noi non abbiamo niente”. Il 23 dicembre 1999 è arrivato mio marito dall’ Italia e abbiamo disseppellito Marcello, non potendo aprire la bara abbiamo messo gli organi sopra. Franco era con me, anche se ora siamo separati e lui è in Italia, l’ aveva sempre detto che c’ era qualcosa di strano nella morte di nostro figlio. “In marzo ho chiesto all’ ospedale una lista esatta di quello che avevano preso: c’ erano anche gli organi riproduttivi che io però non avevo visto nei contenitori che avevamo seppellito. Mi hanno detto che forse erano nei “quadretti di cera”. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto che prima di restituirmi gli organi ne avevano preso qualche pezzettino. Dopo due settimane sono andata a vedere i quadretti di cera: hanno rovesciato una borsa marrone su un tavolo. Dentro c’ erano ventiquattro quadretti della grandezza delle tessere del domino. Erano pezzi di cervello, di cuore… Io non capivo cos’ erano e nemmeno loro. Dicevano: “E’ la prassi, una parte di suo figlio deve rimanere qui”. “Nel frattempo eravamo diventati tanti a chiedere conto dei pezzi dei nostri figli: più di mille. E abbiamo scoperto che non era soltanto il patologo olandese van Velzen – andato via dall’ “Alder Hey” nel 1995 – a espiantare gli organi. Prima di lui ce n’ erano stati altri e la prassi continua anche ora. Ne abbiamo viste tante di quelle borse marroni, che abbiamo fatto portare via dall’ ospedale. Ora sono negli studi degli avvocati dello stesso “Alder Hey”, piene di pezzettini di organi sotto cera. “Intanto abbiamo saputo che uno dei direttori dell’ ospedale, Frank Taylor, e la sua vice Hillary Rowlands, erano stati licenziati, che il chirurgo che aveva operato mio figlio era sotto inchiesta da tre anni per incapacità professionale. E la storia è andata avanti. Negli scantinati dell’ ospedale c’ erano lingue e trachee. I cadaveri dei bambini arrivavano anche da altri ospedali, per svuotarli di tutto. E tutto questo sempre senza chiedere nessun consenso a noi, ai genitori. Tutto illegale. “Ora io sono qui, con gli altri miei tre figli, il primo ha quasi 11 anni, il secondo 9, la terza 5. Penso che questo sia soltanto l’inizio. All’ ospedale non parlano più per via delle inchieste in corso. Noi pensiamo a un traffico di soldi. Credo che gli organi dei nostri figli venissero venduti. Alle industrie dei cosmetici o forse per i trapianti, anche se non nel mio caso. Stasera diamo una festa di beneficenza insieme agli altri genitori. Abbiamo fiducia nelle inchieste. Noi per ora vogliamo soltanto sapere la verità e stiamo facendo una battaglia per rendere più esplicite le norme di legge in questi casi”. Tracy Lowthian, operatrice su Internet part-time, interrompe qui la sua confessione telefonica. Sono entrati i figli in camera, che di questa storia non sanno nulla. Pensano che il loro fratellino sia andato in cielo. Non devono sapere che Marcello è stato fatto a pezzi.

di Teresa Serrao

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/06/03/mio-figlio-fatto-pezzi-nell-ospedale-di.html