“Liberi di scegliere”, l’allontanamento dei minori da famiglie mafiose

La tutela giurisdizionale dei “minori di ndrangheta”

Negli ultimi venti anni gli Uffici giudiziari minorili di Reggio Calabria hanno trattato più di cento procedimenti per reati di criminalità organizzata e oltre cinquanta procedimenti per omicidio/tentato omicidio nei confronti di minori, molti dei quali – divenuti maggiorenni – sono ora sottoposti al regime dell’art. 41 bis ord. pen., sono stati uccisi nel corso di faide familiari o hanno la leadership della ‘ndrina di appartenenza.

Nel dettaglio, il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria ha processato ragazzi coinvolti nei sequestri di persona a scopo di estorsione (primi anni novanta), giovani utilizzati come vivandieri per latitanti e adolescenti che si sono resi responsabili di efferati omicidi di rappresentanti delle forze dell’ordine; inoltre, ha giudicato minori che hanno praticato il racket a imprenditori locali spendendo il cognome della famiglia, su mandato dei genitori ristretti in carcere, e adolescenti coinvolti a pieno titolo, talvolta con il ruolo di killer, nelle faide locali: a tal proposito, uno degli ultimi processi definiti è quello relativo all’operazione “Fehida”, con diversi minorenni condannati per il coinvolgimento nella faida familiare di S. Luca, che è quella sfociata nella celeberrima strage di Duisburg.

Tutti episodi gravissimi, sostanzialmente sconosciuti ai non addetti al settore, che, se accaduti altrove, avrebbero destato sicuramente maggiore allarme e attenzione.  

Il dato statistico segnalato è meglio qualificato dal rilievo che nell’anno 2017 lo stesso tribunale si trova a giudicare i figli o i fratelli di coloro che erano processati negli anni novanta e nei primi anni del duemila, tutti appartenenti alle storiche famiglie del territorio (Piromalli, Pesce, Cordì, Alvaro, Strangio, Nirta, Pelle, Vottari etc.).

Orbene, tale dato – in uno con l’indiscusso e persistente predominio delle solite ‘ndrine da quasi un secolo – rappresenta l’amara conferma che la ‘ndrangheta si eredita. Le storiche “famiglie” della provincia di Reggio Calabria si assicurano il potere sul territorio grazie alla continuità generazionale: è un fenomeno, quello dei minori di ‘ndrangheta, ovvero della trasmissione di cultura mafiosa da padre in figlio, endemico, talvolta sommerso, che per troppo tempo è stato sottovalutato.

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Tale considerazione e l’esperienza segnalata hanno indotto ad un’attenta riflessione tutti noi operatori della giustizia minorile a Reggio Calabria, rafforzandoci nella convinzione che bisogna orientare diversamente l’attività del tribunale per i minorenni e censurare i modelli educativi deteriori mafiosi, nei casi in cui sia messo a repentaglio il corretto sviluppo psico-fisico dei figli minori, nello stesso modo con cui si interviene nei confronti di altri genitori violenti o maltrattanti o che abbiano problemi di alcolismo o tossicodipendenza.

Pertanto, con l’obiettivo di interrompere questa spirale perversa, negli ultimi cinque anni abbiamo mutato orientamento giurisprudenziale intervenendo con diversi provvedimenti civili di decadenza/ limitazione della responsabilità genitoriale e allontanamento dei minori dal nucleo familiare in tutti i quei casi di riscontro di un concreto pregiudizio: ad esempio, nei casi di indottrinamento malavitoso o di coinvolgimento dei minori negli affari illeciti di famiglia, alla presenza di reati sintomatici di un’escalation deviante o nelle situazioni di rischio – per l’incolumità psico-fisica dei minori – in occasione delle sanguinose faide tra ‘ndrine.

Tali provvedimenti – che nei casi più gravi hanno comportato il temporaneo allontanamento dalla Regione Calabria dei minori e il loro inserimento in case –famiglia o in famiglie di volontari – si prefiggono l’obiettivo di fornire agli sfortunati ragazzi delle ‘ndrine adeguate tutele per una regolare crescita psico-fisica e, nel contempo, la chance di sperimentare alternative culturali, psicologiche e sociali al contesto di provenienza, funzionali ad evitarne la definitiva strutturazione criminale.

Pertanto, emanato il provvedimento, i minori sono ospitati in case-famiglia o, di recente, anche in famiglie, dove educatori, psicologi e volontari creano – su indicazione del tribunale per i minorenni – dei percorsi di rieducazione individualizzati, con l’obiettivo di fornire una valida alternativa educativa al contesto mafioso da cui provengono.

In altri termini, questi provvedimenti si propongono l’obiettivo di far conoscere a questi ragazzi – provenienti da ambiti asfittici (spesso piccoli paesi della provincia) – un mondo diverso, nella speranza di fornire le conoscenze necessarie per potere liberamente scegliere il loro destino e affrancarsi dalle orme parentali.

La volontà di scegliere strade alternative a quelle di ndrangheta non è neppure presa in considerazione: l’alternativa non esiste perché non si conosce! È triste affermarlo, ma se un ragazzo proviene da un piccolo paese come S. Luca, Platì, Bovalino, Africo e tutti i familiari sono intrisi di cultura mafiosa, talvolta non c’è alcuno in grado di indicargli la corretta strada educativa. Addirittura, l’appartenenza alla ndrangheta non è percepita come disvalore, perché è intrinseca all’educazione e alla tradizione familiare. Ci sono ragazzi che aspettano di essere arrestati per potere vantare questa esperienza tra i coetanei, per guadagnarsi il rispetto in determinati contesti e aggiungere una tacca fondamentale nel loro percorso criminale.

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La genesi di questi provvedimenti civili è generalmente il processo penale minorile.

In altri termini, le indagini sulla personalità, svolte in correlazione al fatto penale contestato al minorenne, sono funzionali non soltanto all’accertamento della sussistenza della capacità di intendere e di volere, alla rilevanza sociale del fatto e al grado di responsabilità, ma anche alla individuazione della risposta giudiziaria più adeguata (che può essere solo penale o mista penale/civile) alle difficoltà personali, familiari e sociali che il minore ha reso evidenti mediante la commissione di un fatto penalmente rilevante.

E’ raro, infatti, che il servizio sociale dell’ente locale o le altre agenzie/istituzioni deputate alla prevenzione segnalino autonomamente condotte irregolari agite da minori appartenenti a determinate “famiglie”.

In conclusione, il procedimento penale rappresenta l’unica possibilità per focalizzare la situazione personale del minore e rappresenta per l’indagato/imputato un’opportunità educativa, un possibile momento – forse l’esclusivo – di cesura rispetto al passato.

Ovviamente, questa linea di indirizzo giurisprudenziale ha esposto ed espone il tribunale a facili critiche, talvolta pregiudiziali o strumentali: si è detto che deportiamo i minori, che facciamo confische di figli.

Nulla di tutto questo!

I provvedimenti adottati non hanno una logica punitiva, sono a tutela dei ragazzi – e non sono contro le “famiglie” – sono temporanei e, in ogni caso, cessano di avere efficacia al compimento del diciottesimo anno di età dei ragazzi o al compimento del percorso di messa alla prova nel processo penale. Inoltre, si consentono i contatti e si cercano alleanze con i familiari che decidono di accettare il percorso rieducativo o mostrano segnali di resipiscenza, mentre con gli altri si modulano adeguate modalità relazionali.

Parimenti, si è detto ancora che l’Autorità giudiziaria e – più in generale le Istituzioni pubbliche – non devono intervenire all’interno dei contesti familiari e censurare i modelli educativi, anche se intrisi dei disvalori propri delle organizzazioni criminali (taluni commentatori hanno teorizzato una contrapposizione tra Stato Etico e Stato Liberale, optando per il secondo); inoltre, molti hanno criticato l’allontanamento dei ragazzi dalla Calabria sostenendo che la società civile calabrese deve maturare da sé gli anticorpi necessari per debellare il virus ‘ndranghetistico: in altri termini, si è sostenuto che la famiglia, la scuola, la chiesa, i servizi sociali, il volontariato e tutte le altre agenzie deputate alla formazione dei minori possono invertire il sistema anche in Calabria e non necessitano di interventi dell’autorità giudiziaria, che viceversa potrebbero accentuare il distacco tra le Istituzioni e i cittadini.

Si tratta di un’argomentazione corretta in linea di principio e suggestiva, che è purtroppo smentita in modo netto dalla tragica realtà dei fatti. Invero, la necessità di intervenire in via giudiziaria, nei casi di riscontrato pregiudizio ai danni del minore e non solo perché la famiglia è mafiosa, oltre che obbligatoria per legge nei termini che appresso si chiariranno (in quanto lo Stato non può consentire che si educhino figli per farli diventare potenziali killers o comunque per assoggettarli ad un destino di carcerazione o morte), nasce proprio dalla constatazione della scarsa incidenza sul tessuto sociale calabrese delle agenzie e istituzioni prima indicate, non in grado di contrastare culturalmente – salvo sporadiche eccezioni – l’influenza delle organizzazioni criminali che condizionano pesantemente il normale svolgimento delle relazioni politiche, economiche, sociali, psicologiche e, talvolta, anche religiose, come hanno dimostrato alcuni recenti episodi assurti agli onori della cronaca.

In definitiva, l’allontanamento della Regione Calabria – in casi limitati ed estremi – è imposto dalla necessità di garantire effettività ai percorsi di recupero (garantendo agli operatori di muoversi liberi da pressioni ambientali), oltre che dalla necessità di offrire un orizzonte culturale diverso ai ragazzi.

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Il tribunale per i minorenni si muove nell’ambito di un solido quadro normativo, costituzionale e internazionale pattizio.

Gli indicati interventi civili minorili a tutela dei c.d. minori di ‘ndrangheta – adottati nel rispetto della normativa interna e internazionale in materia – consistono, nei casi di riscontrato pregiudizio, in provvedimenti di limitazione o decadenza dalla responsabilità genitorale ex artt. 330 e ss. del codice civile e/o in misure amministrative per minori con condotta irregolare ai sensi dell’art. 25 del R.D.L. 20 luglio 1934 n. 1404.

La copertura costituzionale è, innanzitutto, assicurata dall’art. 30 Cost. (“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire e educare i figli”, ma “nei casi di incapacità dei genitori, la legge prevede a che siano assolti i loro compiti”), e ancora dagli art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”) e 31, comma secondo, Cost.(“ La Repubblica protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”), secondo cui è preciso compito dello Stato -e delle proprie diramazioni istituzionali- proteggere l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo, e intervenire a tutela dell’integrità fisica e sociale dei minori, mediante interventi volti alla salvaguardia di reali opportunità esistenziali che consentano un’effettiva integrazione (o reintegrazione) nel tessuto sociale, mediante il ripristino di valori collettivi condivisi.

Quanto alla normativa pattizia internazionale, assoluto rilievo riveste la convenzione stipulata a New York nel 1989, ratificata dall’Italia con la Legge n. 176 del 1991, che tra l’altro ha statuito: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente “ (art. 3, comma 1 ), che può comportare “la separazione dai suoi genitori quando maltrattano o trascurano il fanciullo” (art. 9), la cui “educazione deve avere come finalità il rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite.. dei valori nazionali del paese nel quale vive e.. deve essere idonea a preparare il fanciullo ad assumere la responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza….(art. 29)” .

Tra le fonti internazionali deve anche rammentarsi l’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: “ Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza privata. Non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica sull’esercizio di tale diritto, a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui[1]

In sintesi, benché le fonti internazionali e nazionali statuiscano a favore del minore il diritto di crescere ed essere educato nella propria famiglia, è altresì vero che esse consentano la separazione dai genitori – ancorché temporanea – allorquando “è necessaria nell’interesse preminente del fanciullo” (in tal senso vedasi Commento generale n. 1, sulle finalità dell’educazione, approvato dal Comitato sui diritti dell’infanzia del 17.4.2001 nel corso della 32° sessione-doc CRC/GC/2001/1).

Detto altrimenti, il diritto sopra evidenziato non deve considerarsi assoluto in quanto da un lato, presuppone, sotto il profilo pratico, un corrispondente adempimento da parte dei genitori, mentre dall’altro esso sottende un bilanciamento di interessi con altri diritti volti alla salvaguardia di principi parimenti fondamentali, quali -per certo- il diritto ad assumere le responsabilità della vita, correlato al dovere dei genitori di garantire un habitat educativo consono al rispetto delle norme sociali e giuridiche.

Allorquando questo impegno educativo dei genitori manchi, ancor più se per scelte valoriali opposte, lo Stato – e, quindi, l’autorità giudiziaria – ha l’obbligo di intervenire prendendosi carico delle sorti sociali ed esistenziali di questi minori, al fine di preservarli dalle prevedibili conseguenze riconnesse al mancato rispetto dei valori condivisi.

In conclusione, in applicazione dei principi normativi nazionali e sopranazionali richiamati, può affermarsi che il modello educativo mafioso viola i diritti fondamentali dell’infanzia (tra cui quello a ricevere un’educazione responsabile e responsabilizzante), essendo fonte di gravi pregiudizi morali, psicologici e, a volte, materiali.

Esso è, pertanto, censurabile con gli interventi previsti dagli artt. 330 e ss. c.c. e può dar luogo a responsabilità civile indiretta ex art. 2048 c.c. per culpa in educando o in vigilando, se non a reato – ex artt. 570 e 572 c.p.- nei casi di dolo.

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I risultati dei provvedimenti emessi – più di quaranta – sono incoraggianti.

Nei diversi casi trattati – alcuni dei quali hanno imposto l’allontanamento provvisorio dal degradato contesto familiare – si sono già avuti apprezzabili esiti.

I minori hanno ripreso la frequenza scolastica prima interrotta, hanno svolto le attività socialmente utili e seguito i percorsi di educazione alla legalità organizzati dagli operatori dei servizi minorili, talvolta in collaborazione con altri magistrati del distretto, con rappresentanti delle forze dell’ordine e con alcuni volontari (psicologi, educatori etc.) di associazioni impegnate nel contrasto ai valori deteriori della criminalità organizzata: in sostanza, i ragazzi trattati hanno dimostrato di possedere delle potenzialità compresse dal deleterio ambito di provenienza.

L’osservazione dei primi casi consente di formulare già una prima conclusione: ossia che le prime vittime della ‘ndrangheta sono proprio i minori.  

Ma chi sono i ragazzi di ‘ndrangheta? Chi sono gli adolescenti di mafia in generale? Quali vissuti psichici portano dentro di loro?

Sono giovani che arrivano alla fase adolescenziale immersi nel contesto di appartenenza (piccoli paesi o quartieri ad alta densità criminale), dove respirano, giorno dopo giorno, gli elementi di una cultura mafiosa diffusa, che cresce e si sviluppa attraverso i legami affettivi e relazionali, in primis con le figure familiari.

Si tratta di una cultura che esercita un forte potere attrattivo sugli adolescenti, in quanto li immette, senza la fatica e il sacrificio dello studio o del rispetto delle regole, in un sistema di disponibilità economica e di potere, in un mondo capace di controllare il territorio e di usare la violenza per gestire i propri interessi.

Si tratta di una cultura che distorce il rapporto con le Istituzioni, percepte come nemiche: abbiamo saputo di minori che sputano in terra al passaggio di una volante della polizia, di altri che si fanno tatuare sulla pianta del piede la figura del carabiniere, in modo da poterla calpestare costantemente.

Ma dietro l’orgoglio dell’appartenenza si nasconde per loro una ben più triste e inconsapevole verità: il forte dogmatismo e la rigidità della struttura familiare soffocano le esigenze di libertà ed espressività del giovane in crescita.

L’età adolescenziale è negata a questi ragazzi: e allora si scopre che le prime vittime della mafia sono proprio i ragazzi delle mafie

I ragazzi di ‘ndrangheta non esprimono alcuna emozione, sono educati a controllarsi per non tradirsi e per non tradire.

A loro non resta che portare in modo segreto la loro grande e inconfessabile sofferenza. Spesso sono ragazzi emotivamente soli, senza un padre (latitante, in carcere o ucciso in un agguato) con cui condividere la quotidianità, al quale fare domande anche banali.

La loro fame di affettività deve accontentarsi di legami parentali freddi, sacri e intoccabili: la loro famiglia, pure così presente e invasiva nel garantire le certezze e le regole, ostenta una profonda ignoranza della vita interiore dei minori, dei loro sogni e dei loro desideri.

I report psicologici dei casi trattati sono drammatici in quanto evocano scenari che – senza rischio di enfasi – possono definirsi da guerra del Vietnam: quasi tutti i giovani allontanati sono rassegnati ad una vita già segnata, provano un forte senso di angoscia per loro e i loro familiari che viene fuori nei sogni, in cui c’è sempre qualche persona uccisa, pistole, paura, scene di guerra, in cui il minore deve salvarsi o salvare qualcuno.

Inoltre, l’adolescente di ‘ndrangheta vive un’inibizione del desiderio che lo porta a chiudersi nei confronti di nuove informazioni, nuove credenze e nuove esperienze, e a sottrarsi al “rischio” di contrarre relazioni sociali al di fuori dell’ambiente di appartenenza.

Da queste considerazioni e proprio sulla linea sottile di questo rischio che si muove la nuova partita giocata dal tribunale per i minorenni, che si svolge non solo sul piano giuridico, ma anche su quello psicologico, culturale e sociale.

Ma vi è di più.

L’analisi dei casi trattati ha fatto emergere un altro dato che, forse, rappresenta una piccola crepa nel monolite delle famiglie mafiose: quello della sofferenza di alcune madri.

Vi sono certo donne che cercano di indottrinare i figli secondo la cultura mafiosa, ma ve ne sono altre, invece, che sono provate dalla sofferenza di lunghe carcerazioni loro o dei figli, oppure dalle morti dei congiunti. La maggior parte delle madri dei ragazzi di cui ci stiamo occupando dopo una prima, comprensibile, fase di aspra opposizione, non fanno più resistenza, nella speranza – inconfessata e inconfessabile – di salvare i loro figli da un destino di morte o carcerazione.

In sostanza, i provvedimenti giudiziari le sollevano dalla responsabilità di prendere decisioni – difficili e laceranti nel sistema in cui sono inglobate – a tutela dei loro figli: così accettano i percorsi rieducativi programmati nell’interesse dei minori e le prescrizioni loro imposte.

Ma vi è di più.

Diverse madri hanno iniziato percorsi di collaborazione con la giustizia, altre – venute a conoscenza della linea giurisprudenziale – si presentano in tribunale talvolta in segreto e, disperate, chiedono come possono fare a salvare i loro figli; altre ancora supplicano espressamente di allontanare i ragazzi. Infine, alcune donne, espiata la pena per gravi reati e ancora sofferenti per la lunga carcerazione, chiedono di essere aiutate a trovare una sistemazione logistica e un lavoro fuori dalla Calabria al seguito dei figli già allontanati/tutelati dal tribunale.

Supporto che, in tutti questi casi, è stato fornito grazie al prezioso ausilio della rete di associazioni “Libera”

In conclusione, la linea giurisprudenziale riassunta sta evidenziando lacerazioni inaspettate all’interno del tessuto delle famiglie di ‘ndrangheta e mostrando spiragli – non solo giuridici – ma soprattutto psicologici, culturali e sociali molto interessanti, oltre che assolutamente inesplorati, sui quali bisognerà operare approfondite riflessioni.

Il protocollo “Liberi di Scegliere”

L’esperienza maturata con i primi casi ha evidenziato la necessità di costruire delle stabili reti di supporto per garantire l’efficacia degli interventi e l’accompagnamento dei giovani sino al raggiungimento di un’autonomia esistenziale e lavorativa.

La rete pubblica ordinaria non è in grado di garantire con efficacia gli interventi programmati dal tribunale per i minorenni che, per la peculiarità e complessità del fenomeno, necessitano di un diverso e più intenso approccio, da realizzarsi secondo una strategia mirata che preveda l’integrazione delle risorse pubbliche con quelle del privato sociale qualificato.

Proprio partendo dai modelli sperimentati con la collaborazione di Libera e Addio Pizzo Messina, il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria ha presentato al Dipartimento Giustizia Minorile un progetto, dal titolo evocativo “Liberi di Scegliere”, finalizzato proprio ad assicurare una rete di supporto adeguata ai provvedimenti giudiziari, oltre che delle concrete offerte culturali, formative, scolastiche e lavorative, con il coinvolgimento delle principali associazioni di volontariato impegnate nel contrasto ai valori deteriori della criminalità organizzata.

In sostanza, il progetto prevede l’istituzione di equipe educative specializzate,ovvero dei propri pool educativi, parafrasando quelli antimafia, da formare in modo mirato in relazione alle esigenze peculiari di questi ragazzi, con la presenza di un tutor e di uno psicologo (oltre che di volontari delle più qualificate associazioni antimafia), che accompagnino passo dopo passo questi giovani. Una rete specializzata – composta anche da strutture comunitarie e famiglie affidatarie – che aiuti a superare la frizione esistenziale dell’allontanamento, che sappia riconoscere i bisogni di affettività dei ragazzi e sia in grado di indirizzarli correttamente, in un’ottica di affrancamento dalla cultura malavitosa, verso il raggiungimento di un’autonomia esistenziale e lavorativa.  

Tale progetto – confluito in Accordo Quadro siglato in data 1.7.2017 dal Ministro della Giustizia, dal Ministro dell’Interno, dal Presidente della Regione Calabria e da tutti gli uffici giudiziari minorili calabresi – potrebbe rappresentare un tassello importante per assicurare continuità giuridica e sociale nell’operazione di “infiltrazione culturale” intrapresa, oltre che uno snodo fondamentale nelle strategie di prevenzione del disagio giovanile.

Conclusioni

La giurisdizione minorile ha potenzialità non del tutto esplorate, anche nel contrasto ai sistemi criminali strutturati su base familiare o locale, ma deve essere messa in grado di esprimerle.

I risultati conseguiti, se da un lato confermano le potenzialità del settore specializzato e degli strumenti giuridici al suo arco (da salvaguardare e affinare in ossequio al principio costituzionale del giusto processo), dall’altro ribadiscono la necessità di una visione più globale del fenomeno e delle risposte che esso esige.

E’ un tema – quello della tutela dei minori delle mafie – che non può essere confinato al solo settore giudiziario e richiederebbe interventi legislativi, ministeriali e di politiche di prevenzione del disagio sociale di più ampio respiro, che non possono essere suppliti dalle (pur dovute) iniziative di singoli tribunali, peraltro con organici assolutamente inadeguati.

La mediazione familiare, la diffusione di   servizi   alla   prima   infanzia, come   diritto   del   bambino   e, insieme, dispositivo   di   sostegno   alla   famiglia nei   compiti   di   cura, centri   per   le famiglie, per interventi tempestivi in contesti di rischio, centri di aggregazione, per integrare i compiti educativi e   formativi   della   famiglia, servizi consultoriali   efficaci ed altro, appaiono le necessità più urgenti.

E’ necessario, quindi, migliorare l’erogazione degli interventi attraverso azioni più articolate e scollegate strategicamente tra   loro, favorendo l’operatività   e   la   collaborazione   tra   i   diversi   attori coinvolti e aumentando la possibilità   di affrontare i problemi   nella   loro complessità,in   modo   più organico.

Priorità assoluta è poi recuperare culturalmente i territori di frontiera.

Non si può tollerare che, nonostante gli sforzi compiuti, intere aree della Calabria siano sottratte al controllo dello Stato. Non si può tollerare che vi siano interi rioni o interi quartieri nei quali si entra con difficoltà o solo per controlli formali, oppure si tollera o si continua a tollerare, o non si riesce ad evitare che si compiano le più varie e variegate attività illegali, dalla minuta alla più grave, con pieno coinvolgimento di minorenni.

Arghillà, Archi, S.Luca, Africo, Locri, Rosarno, Ciambra etc., tutti quartieri o comuni da riconquistare immediatamente…

Troppo spesso gli interventi rivolti alla famiglia si configurano come prestazioni di natura “monetaria”,che non incidono realmente sulle necessità e sul potenziamento delle competenze sociali e agiscono,di contro, in un orizzonte estremamente limitato al mero tamponamento dell’emergenza. Attivare servizi di   prevenzione, protezione   e   tutela   sempre   più   rispondenti alle   esigenze   e necessità del minore e della   sua   famiglia,richiede   l’attuazione, finora   incompiuta,di un   sistema integrato   e coordinato   di   azioni   volte   al   sostegno al reddito (gratuità   della   mensa   scolastica, politiche   abitative   adeguate, sostegno all’occupazione, ecc.) non   disgiunte   da interventi volti a promuovere una   genitorialità   competente   attraverso   servizi   specializzati, che   garantiscano   la continuità   della   cura, e in   grado   di   svolgere   azioni   di   attivazione   della   comunità e del sistema istituzionale, di intervenire tempestivamente e non in modo residuale e riparativo.

Una prospettiva che miri a riconquistare culturalmente determinati territori non può prescindere dall’istituzione di centri di aggregazione culturali o di centri polifunzionali, che abbiano come obiettivo la formazione culturale e di una coscienza civica adeguata attraverso lo sport, la relazione, la condivisione, lo scambio interculturale, la mediazione dei conflitti, la preparazione,l’ascolto, il sostegno scolastico e psicologico del minore e dei suoi familiari, la promozione delle risorse individuali.

Centri polifunzionali, in linea con quelli già realizzati dal Dipartimento della Giustizia Minorile in altre realtà degradate d’Italia o da associazioni come Save the Children, che siano in grado di intercettare le difficoltà e le ansie dei giovani appartenenti a determinati contesti, destinatari o meno di provvedimenti giudiziari.

Luoghi dello Stato, dove le risorse pubbliche si coniugano con il volontariato qualificato, al fine di potenziare la risposta alle controspinte culturali di modelli deteriori.

Inoltre, esigenza imprescindibile è quella di ampliare l’offerta formativa scolastica, con insegnanti sempre più preparati e programmi scolastici tarati in funzione delle specifiche esigenze del territorio. Un territorio che deve ricordare le vittime delle mafie e gli eroi dell’antimafia (testimoni e collaboratori di giustizia che hanno sacrificato con coraggio anche gli affetti familiari) – oltre che i dissesti sociali e economici che il fenomeno ndranghetistico provoca – non solo nelle convenzionali giornate della memoria, ma soprattutto a scuola e nei programmi scolastici.

Ma vi è di più.

Serve potenziare la figura dell’Autorità Garante per l’Infanza e per l’Adolescenza della Regione Calabria, ampliandone poteri e risorse. Occorre rendere tale Authority, finora efficace esclusivamente per la bravura degli interpreti, una reale sentinella del disagio giovanile e un pungolo determinante per l’attivazione di incisive politiche sociali.

Serve uno sforzo comune e coordinato da parte delle Istituzioni ad ogni livello, e l’impegno per sconfiggere la povertà educativa deve diventare prioritario nell’agenda di tutti gli Amministratori della Cosa Pubblica.

E’ una materia che non può essere mortificata dalla logica dei numeri e dei costi, in un’ottica aziendale e di limitato orizzonte, perché i minori rappresentano il futuro della nostra società e in loro è riposta la speranza di rinnovamento culturale, che è possibile come sembra dimostrare la linea giurisprudenziale riassunta, anche in realtà estremamente complicate.         

[1] In applicazione di tale principio, nella giurisprudenza della C.E.D.U. relativo all’art. 8 è ricorrente l’affermazione che la privazione delle potestà (ora responsabilità) genitoriali rappresenta una misura particolare di vasta portata da applicare solo in presenza di circostanze eccezionali, ove giustificate da un’esigenza imperativa di rispondenza al migliore (maggiore) interesse del minore. In particolare, è ricorrente l’assunto che l’intervento dello Stato sull’esercizio della responsabilità genitoriale deve ritenersi legittimo laddove sia previsto dalla legge, sia rivolto a perseguire uno o più fini legittimi e se costituisce una misura necessaria in una società democratica (cfr. ex multis, sez.IV 17 luglio 2012, n. 64791, caso M.D. e altri contro Malta).

Roberto Di Bella

Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria

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