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Saper creare contesti di apprendimento “caldi”, la nuova sfida per chi opera a scuola

Parlare della correlazione tra emozione e cognizione potrebbe sembrare di primo acchito incoerente.

Cartesio, con il suo “Cogito ergo sum”, ha tramandato l’idea del celebre dualismo tra mente (res cogitans), intesa come pensiero, e corpo (res extensa), non pensante, con la conseguente netta separazione tra emozione ed intelletto.

Si è dunque ritenuto, fino a qualche decennio fa, che nel nostro cervello operassero, in maniera rigidamente distinta, l’emisfero sinistro, razionale, logico, sede dell’apprendimento e l’emisfero destro, artistico, creativo, emozionale.

La ricerca neuroscientifica ha rivoluzionato tale teoria affermando, invece, che cognizione ed emozione sono processi interdipendenti. Il cervello è infatti un sistema plastico, dinamico ed emotivo; in sostanza, da un punto di vista neurobiologico, noi non potremmo elaborare pensieri complessi, rievocare ricordi, prendere decisioni avvedute, in maniera asettica, ovvero senza emozioni.

Questa profonda interdipendenza tra emozione e cognizione sollecita profondamente la riflessione sul processo di apprendimento e ci conduce ad oltrepassare la convinzione secondo la quale gli alunni debbano accantonare emozioni e sentimenti per non “disturbare” l’apprendimento.

La forza delle emozioni è, d’altra parte, facilmente sperimentabile da ognuno di noi. Se, infatti, andiamo a ritroso ripercorrendo gli anni trascorsi a scuola, riaffiorano alla nostra mente non i contenuti bensì le emozioni che ci hanno segnato: la paura per un’interrogazione, il senso d’incapacità davanti ad un compito, l’angoscia o la gioia generata dai nostri insegnanti.

Le emozioni imprimono, infatti, un segno indelebile e guidano il pensiero o in maniera negativa, provocando sensi di incapacità e inadeguatezza, o positiva, fungendo da facilitatori e catalizzatori dell’apprendimento.

Sul tema la professoressa Daniela Lucangeli dell’Università di Padova, con passione e chiarezza, attraverso la sua teoria della Warm Cognition, ha evidenziato che quando il bambino apprende non mette in memoria solo l’informazione, ma anche l’emozione con cui sta apprendendo; l’informazione viene impressa nella memoria semantica o procedurale, mentre l’emozione in quella autobiografica. Questo farà sì che ogni volta che la memoria riprenderà l’informazione appresa, porterà fuori anche l’emozione che ha accompagnato quell’apprendimento. Se, dunque, il bambino ha appreso esperendo paura, ogni volta che quell’informazione sarà ripescata dalla sua memoria, si riattiverà anche la paura, innescando il cosiddetto “cortocircuito emozionale”. La reiterazione di questo meccanismo durante il percorso scolastico provocherà il consolidamento del circuito, generando senso di inadeguatezza e ledendo conseguentemente il senso di autostima ed autoefficacia necessario per prevenire i fenomeni di insuccesso scolastico.

Dal momento che, dunque, per dirla con la Lucangeli “l’intelligenza intellige al meglio quando è felice”, la sfida per noi operatori della scuola deve essere quella di creare contesti di apprendimento “caldi”, attenti alla dimensione dello “star bene”, all’interno dei quali gli insegnanti, mettendo in atto quanto più possibile strategie cooperative ed allontanandosi dalla dimensione giudicante, siano in grado di suscitare allegria, curiosità e possano rappresentare per i piccoli i migliori alleati per contrastare ma soprattutto per saper utilizzare l’errore, esprimendo loro il messaggio rassicurante “io sono qui per te, per indicarti la strada per uscire dall’errore”.

Questa è la scuola che abbiamo il dovere di porre in essere: rigorosa ma accogliente, in grado di sviluppare e valorizzare le inclinazioni personali di ogni alunno che sarà il futuro cittadino di una società che voglio immaginare più intelligente e più umana.

Eva Nicolò

Dirigente Scolastico – Coordinatrice della Consulta scolastica del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria