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Mass Media: specchio della violenza o cultura del male? Viaggio tra accusa e difesa dei mezzi di comunicazione

“A che servono i poeti in tempo di povertà?”: così Friedrich Hölderlin, nell’elegia Brot und Wein, rappresentava poeticamente due secoli fa l’immagine di un mondo ove non vedeva che “povertà”: la dürftiger Zeit, il tempo magro e scarno in cui egli e i suoi contemporanei vivevano. Una povertà non certo solo materiale, ma anzitutto spirituale, dominata dal pensiero tecnologico, dallo scientismo, dalla globalizzazione diremmo oggi: l’epoca “della scienza e della tecnica”, fatta d’immagini chiare e oggettive, protagoniste della scena da sole.

Non dissimile è il contesto odierno. Oggi più che mai viviamo l’epoca “della scienza e della tecnica”: un tempo di smarrimento e decadenza, da Tardo Romano Impero, innervato da uno spirito di violenza, forse espressione geneticamente modificata di una fantasia e un’immaginazione incapaci di muoversi sui consueti canali espressivi, e che emergono esplodendo. Così si va dal “giorno di ordinaria follia”, frequente nella nostra quotidianità, alla criminalità fatta di omicidi e stragi: una violenza vissuta spesso, purtroppo, come normale, cui i nostri occhi sono abituati. Anche perché i mass media rappresentano tutti i giorni per noi questa realtà: grazie a quotidiani, riviste e libri, ma anche e soprattutto televisione, telegiornali, programmi d’approfondimento. Senza contare i film, le fiction, che dettagliatamente ci informano su come certi delitti (veri o ispirati dalla fantasia) si realizzano. E, ancora, il potenziale dominus della nostra informazione, Internet, con siti e testate giornalistiche on line aggiornate minuto per minuto. E, se siamo fuori, anche i telefonini possono inviarci notizie a qualsiasi ora. Il soggetto sa tutto, sempre. Soprattutto della violenza che lo circonda.
Sapere troppo può far male? Può spingere a passare dalla consapevolezza del fatto all’istinto, più o meno inconscio, di realizzare un giorno qualcosa di simile? L’accusa, spesso rivolta ai mass media, è infatti quella di aver operato un salto indebito: dal diritto di cronaca e di rappresentazione accurata della notizia, all’incentivazione verso i comportamenti violenti raccontati. I mass media scenderebbero tanto precisamente nei dettagli, narrando i fatti di sangue all’ordine del giorno, da arrivar quasi (magari involontariamente) ad educare alla realizzazione del crimine. “Sbattere il mostro in prima pagina”, ricostruirne gli atti, in modo per taluni morboso, finirebbe per trasformare il mostro in un mito, un eroe: di cui non si narrano più i gesti, ma le gesta da emulare.

Tale è il potere e la colpa dei mass media? Sono i crimini a ispirare scrittori, giornalisti, autori tv e registi che, con i loro prodotti, si limitano a rispecchiare la realtà, o è la comunicazione stessa oggi a ispirare violenza? La risposta è impegnativa. In gioco c’è la nostra libertà di giudizio: la capacità di agire liberamente, secondo coscienza, a prescindere dal bombardamento dei mezzi di comunicazione. Abbiamo girato la domanda a un pool di esperti: e i pareri sono stati tutt’altro che univoci.    

“I mass media sono più che capaci di incidere nella realtà di oggi”, afferma Domenico De Masi, noto sociologo e professore alla Sapienza di Roma. “Oggi la comunicazione, con la sua forza, rappresenta un mezzo persuasivo più che espressivo. Altrimenti non si spenderebbero tanti soldi in pubblicità. I mass media hanno vero potere”. 

Un potere negativo? 

“Come in ogni cosa, tutto dipende dal modo in cui un argomento viene trattato. Ma già la parola incide moltissimo sulle coscienze. Figuriamoci quando è accompagnata, come in tv o sul grande schermo, dalle immagini in movimento e dalla musica”.

Una potenza persuasiva e induttiva – del piccolo o grande schermo, ma anche dello schermo del computer, da cui passano le immagini e i video di Internet – ribadita anche da Maria Rita Parsi, psicopedagogista, psicoterapeuta e scrittrice, da sempre sensibile al tema della violenza, specie verso le donne e i bambini. Per lei, la forza delle immagini è un punto fermo: “Quella delle immagini è una potenza incredibile. Un tempo solo pochi potevano accostarsi ad esse, utilizzarle. Poi di punto in bianco, in una decina d’anni, siamo passati all’opposto. Oggi le immagini sono patrimonio di tutti: direi anzitutto delle persone più pericolose, che ne conoscono bene il potenziale, anche distruttivo. I talebani, ad esempio, le utilizzano strumentalmente più di noi quando, con le loro videoregistrazioni fatte anche col semplice telefonino, fanno girare in tutto il mondo riprese agghiaccianti. Le immagini più aberranti le abbiamo avute da loro”.  

È l’esempio più clamoroso della potenza della comunicazione, anche nell’ispirare violenza? 

“Certo. Proprio da queste realtà estreme si evince la forza e la potenziale ferocia delle immagini: che funzionano da sole, anche senza parole. Se su uno schermo vengono proiettate immagini drammatiche, esse sono in grado di comunicarci sensazioni ancora più drammatiche, innestando in noi tendenze comportamentali potenzialmente feroci”. 

La tv ha una responsabilità particolare? 

“La tv è penetrata in maniera capillare nella nostra società: ma il problema sta nel potenziale delle immagini come tali. Con la loro intrinseca forza comunicativa, possono ispirare in chi guarda lo stesso istinto criminale che rappresentano. Pensiamo al web, al fenomeno YouTube, a tutti i siti che in questi mesi hanno proiettato video choc: di handicappati picchiati, di studenti che allungavano le mani su professoresse. Queste immagini bastano da sole a colpire chiunque, ed essere bombardati da tante rappresentazioni violente finisce con il farle apparire come fatti qualunque, facendo cadere infiniti tabù. I ragazzi che crescono con una simile educazione possono pensare che certe violenze facciano davvero parte della normalità quotidiana. I giovani poi sono ben più abituati di noi al mondo virtuale. Usano le nuove tecnologie come un’appendice del loro braccio, e la loro mente funziona per immagini: istantanee e frammenti che ritraggono realtà sempre eclatanti – da successo e soldi facili, a scandali, delitti. Da qui possono trarre l’idea di un quotidiano fittizio, da fabbricare per eccessi: fatto di visibilità e affermazione, di gesti sopra le righe, potenzialmente dannosi”. 

Quale sarebbe la soluzione? 

“Dobbiamo imparare a capire come ragionano i ragazzi, il danno che un certo mondo può creare su di loro: superando il gap generazionale per cui i vecchi, meno abituati alla tecnologia, non hanno idea del potere delle immagini. Si deve cercare di mitigarne la ferocia: con un’educazione al loro uso, un’alfabetizzazione tecnologica. È la formazione dei formatori. Gli operatori della comunicazione vanno sensibilizzati e preparati, con un’attenzione che vada aldilà di tutto”.   

Diversi i presupposti di colui che, proprio con un’immagine choc, fece parlare a lungo l’Italia: Luigi Bacialli, direttore di “Canale Italia” e già direttore de “Il Gazzettino”, ove poco più di un anno fa scelse di pubblicare la foto di Hevan, il “bambino mai nato”, il feto – vestito come un bimbo vero – che portava in grembo Jennifer Zacconi, massacrata dal fidanzato Lucio Niero quando, di lì a pochi giorni, avrebbe dato alla luce il piccolo. La foto fu pubblicata su esplicita richiesta della madre di Jennifer, Annamaria Giannone, per dimostrare come l’uomo le avesse strappato non una vita sola, ma due. Si scatenò un polverone. Chi rivendicava il diritto di cronaca e il motivo giudiziario alla base del gesto; chi accusava di morbosità, inutile e dannosa.

Difende ancora la sua scelta? 

“Certo. Direi anzi che quello è l’esempio di come i media dovrebbero comportarsi sempre di fronte a una notizia cruda, grave: noi trattammo la cosa in un modo che non poteva turbare nessuno. La foto era tenerissima, oltre che motivata da una precisa esigenza. Gestimmo tutto con delicatezza estrema: venendo incontro alle richieste della madre di Jennifer, senza recare offesa ad alcuno né creare alcun danno. Lo stesso principio va seguito in generale. Il diritto di cronaca è inalienabile: per mestiere abbiamo il dovere di raccontare ciò che accade, per filo e per segno, senza omissioni e senza guardare in faccia nessuno. Ma fondamentale è sempre il modo con cui la notizia è affrontata. Dobbiamo rispettare il diritto di chi legge o guarda a non venire molestato con un eccesso di dettagli, un’informazione strillata o esagerata: mai infierire sulla sensibilità del pubblico. Le notizie che diffondiamo hanno un impatto fortissimo: ma, se si lavora con attenzione nei toni e nei modi, tutto si può fare, tutto è informazione. Con la giusta misura, tutto è pubblicabile”.  

Analoga la linea di Pino Belleri, direttore del settimanale “Oggi”, che di recente dal suo editoriale ha detto la sua sui processi fatti a “noi giornalisti, sia della carta stampata sia della Tv, accusati di spettacolarizzare senza ritegno i grandi casi di cronaca (da Cogne a Vallettopoli), di rimestare nel sangue e nella vita di chi è coinvolto e nella morbosità del pubblico per qualche copia e qualche punto di share in più”. Chiara la sua posizione: “So che occorre stare attenti, rispettare i bambini, avendo temperanza nel trattare certi argomenti. Ma so anche che è difficile resistere alla tentazione di mettere Annamaria Franzoni in copertina: il fatto di Cogne è unico, ha segnato uno spartiacque storico. Dopo è venuta la strage di Erba: ora anche con Rignano sarà lo stesso”.  

I media hanno dunque responsabilità? 

“Attenzione. Se da parte nostra ci vuole continenza, dall’altro occorre anche ricordare che a darci le notizie – e con una velocità impressionante – sono gli altri. Noi giornalisti non facciamo tutto da soli: se, come nel caso Rignano, neanche c’era stato il tempo di chiudere la seduta con gli interrogatori delle bambine che subito gli avvocati avevano già detto di tutto e di più, è chiaro che poi noi scriviamo. Le responsabilità, insomma, sono di qualcun altro: solo in parte possono attribuirsi alla stampa. L’avv. Taormina, per esempio: io non ho nulla contro di lui ma, guarda caso, dopo aver lasciato Cogne ora ha iniziato a seguire il caso Rignano. Smania per fare il protagonista: basterebbe lui per diffondere le notizie. La cronaca nera attira: ma c’è anche un bel po’ di snobismo in chi fa queste critiche. Poi, come si dice per la tv, esiste il telecomando: si può usare e cambiare, se si ritiene dannoso o non piacevole ciò che si vede o si legge”.

“Sono i media che vanno alla ricerca della notizia negativa, mai di quella positiva”, afferma invece l’avvocato Maurizio Paniz, onorevole di Forza Italia e legale dell’ingegner Zornitta, in passato al centro del caso “Unabomber”. “È la cronaca nera che si cerca: e i mezzi di comunicazione esercitano un grande condizionamento. La società è molto più sana di quanto non venga presentata, ma la sua bellezza non è mai messa in evidenza: non sarebbe messaggio mediatico abbastanza d’impatto”.

Anche nel mondo politico, però, i pareri non sono concordi. A liberare i mezzi di comunicazione da colpe e responsabilità è, anzitutto, l’On. Daniela Santanchè: “L’informazione non enfatizza. Il vero problema siamo noi. Ci stiamo trasformando in struzzi che non vogliono vedere la realtà. Un tempo avevamo una tensione ideologica che rappresentava le nostre scelte di comportamento. Oggi non c’è alcuna tensione etica. Ci siamo abituati a tutto: a violenze, atti criminali più o meno piccoli, come il racket dell’elemosina ai semafori, o anche solo una signora benvestita che butta il pacchetto delle sigarette per terra. Ma questo degrado generazionale facilita l’accesso ad atti molto più gravi, ritenendoli magari normali”. 

La violenza sta dunque anzitutto nella società come tale?  

“Sì, e la colpa è nostra: mia e di tutti noi, di tutte le madri o i genitori che non educhiamo bene i nostri figli a una crescita sana. Io, nel mio piccolo, cerco di avere coraggio, di portare avanti le mie battaglie. Ma forse non sappiamo più educare come dovremmo”.  

Non troppo distante l’On. Publio Fiori, leader di Rifondazione Democristiana: “Lo Stato ha rinunciato al principio di legalità. C’è il delitto e non c’è più il castigo”, afferma. “È vero che la tv è divenuta modello di sviluppo e di vita, con un Corona che fa scuola e rende eroi quelli come lui. Ma attribuire la colpa di tutto ai mass media è fuori luogo. Il vero problema sta nel nichilismo della nostra epoca, nella politica che non ha più riferimenti morali. Certo, talora i mezzi di comunicazione sono al servizio della politica, delle grandi centrali finanziarie. Ma il problema è altrove”. 

Diversa la visione di Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani:“Penso che ognuno di noi abbia più o meno coscienza della parte di violenza che ci abita. Ci facciamo i conti ogni giorno cercando di convertirla da energia distruttiva e/o autodistruttiva a forza positiva e di crescita umana. È indubbio però che qualcosa ci sfugga, o perché non la riconosciamo come negativa o perché non riusciamo a dominarla. È così che consumiamo i nostri piccoli (ahinoi, a volte grandi!) atti di violenza quotidiana. Ciò che offende e che trovo estremamente pericoloso in buona parte di ciò che viene trasmesso dai mass media non è la rappresentazione o la documentazione della violenza che c’è, che esiste, ma la superficialità con la quale si affrontano i fatti della vita, spesso impartendo lezioncine di morale che lasciano indifferenti gli spettatori.

Non mirando alle immense capacità umane, alla curiosità e alla voglia di conoscenza, al bisogno di ricerca che è connaturato con l’essere umano, si finisce per assecondare o passività e pigrizia o aggressività fine a se stessa. D’altra parte”, continua “cosa ci può aspettare da mass media pubblici (o parapubblici con proventi privati) che nel 2007 sono ancora lottizzati da partiti (e sindacati) che perdendo ogni giorno di più consenso sociale cercano di distrarre il pubblico con banalità, superstizioni, dosi massicce di confessionalismo? Nonostante ciò, sono molto ottimista per il futuro. I vecchi modi di fare comunicazione di potere saranno presto soppiantati dalla libertà che offre il mezzo Internet: libertà di ricerca, di conoscenza, di crescita umana che si realizza ogni volta che si accetta e governa il conflitto, l’asimmetria, la dissonanza, la diversità”.  

E i pareri dal mondo dello spettacolo?  

Anche in questo caso, sfaccettati. “I media hanno una loro responsabilità”, afferma Irene Pivetti, già conduttrice di “Tempi moderni” su Rete 4. “Scelgono bene cosa raccontare e plasmano la notizia. Perciò serve una deontologia che eviti la morbosità, per rispetto dei minori. Ma non dobbiamo scandalizzarci se la tv, che deve fare i conti coi grandi numeri, è più sensibile alla “spettacolarizzazione”. E comunque non è la tv il primo responsabile. Può ispessire la nostra pelle, ma ad istigare alla violenza è la degenerazione presente nel nostro mondo: un diffuso senso di inadeguatezza, l’idea che per forza si debba essere vincenti, di successo, che per essere qualcuno nella vita si debba fare i gradassi il sabato notte con la macchina. Di questo i media non hanno colpa”.

Vicina Dalila Di Lazzaro: “Il crimine rappresentato in tv può costituire un imprinting negativo. Fiction, film o anche programmi lo rendono popolare: sino quasi a farlo diventare un atto comune. Ciò è gravissimo: può costituire una spinta alla violenza. Ma la radice della criminalità sta nel nostro sistema giudiziario. Da noi non c’è giustizia: se commetti un crimine, il giorno dopo vieni liberato. Se vi fosse reale certezza della pena – con leggi vere, senza condoni – allora sì che i criminali si metterebbero paura, e forse la violenza diminuirebbe. Uno Stato severo dovrebbe proteggerci”.

Pupi Avati ricorda: “Fino a qualche decennio fa, il cinema ha inciso sul vivere sociale, ma si trattava di un’incidenza anche in positivo. Per quei tempi, qualche responsabilità – nel male, ma anche nel bene – si può attribuire al grande schermo. Ultimamente però il cinema è diventato elitario: ha perso ogni ascendente e non influisce sulle coscienze”. 

E il piccolo schermo?  

Ne parla Paola Gassman, figlia del celebre Vittorio, attrice e scrittrice: “La violenza esiste, forse predomina sugli aspetti positivi della realtà. Ma sembra quasi che i mezzi di comunicazione provino un sottile piacere nel fare emergere proprio questa violenza. E il rischio è di fomentare certi istinti”.

Più deciso contro tv e mass media è Claudio Martelli: “L’influenza della comunicazione sulla violenza nella società c’è eccome. Il cinema americano è quello che più ha rappresentato la violenza: dalla “ordinaria follia” dell’uomo comune alla violenza sulle donne. Un Quentin Tarantino, apogeo di questa tendenza, si difende dicendo di limitarsi a rappresentare la violenza già presente nella realtà: la stessa giustificazione rivendicata oggi da tanti giornalisti e conduttori che danno spazio alla violenza. Ma al fondo c’è una grande ipocrisia. È inutile far finta di occuparsi dei fatti di violenza per un dovere di informazione, o perché si deve dar voce a tutti gli aspetti della realtà. La violenza è merce che in tv si vende bene: carpisce come il sesso. Si tratta di istinti primordiali, crudi, che fanno parte della mente umana: perciò attraggono.

La letteratura che tira di più è quella giallistica, criminale. Da qui una speculazione diffusa che arriva a mettere in scena, come in una fiction, gli atti di violenza, gli assassini, leggendo e sceneggiando persino i verbali della polizia: come è accaduto con Cogne o la strage di Erba. Senza contare lo spettacolo offerto dai tg, pieni di violenza mostrata in primo piano. Molti si difendono proprio dicendo che i telegiornali per primi mostrano fatti criminosi a qualsiasi ora: che è la realtà che offre violenza. Ma è davvero utile metterla in scena, aggiungerci poi elementi di morbosità acuta, quasi malata? Non credo proprio. Si può tranquillamente farne a meno, attraverso un sano autocontrollo”.  

I mass media possono dunque essere pericolosi? 

“Sì, soprattutto quando si rischia di andare a colpire le menti di bambini e adolescenti, che hanno meno strumenti di auto-tutela. Qui lo scandalo si fa grave. I giovani hanno meno marcato il senso del limite. Dinanzi a certe rappresentazioni, possono superare facilmente il limite. Vogliono sperimentare e sperimentarsi: e sono attratti da quanto viene loro mostrato. Perciò non possiamo stupirci se poi accadono fenomeni come il bullismo nelle scuole, gli eccessi tra gli ultras del calcio. Ci vorrebbe più disciplina: dal latino discere, imparare a rispettare le regole”. 

La nostra ricerca non sembra far emergere una risposta predominante. E i media restano in bilico, sul banco degli imputati. “D’altronde la questione è vecchia come il mondo”, commenta Paolo Graldi, già direttore de Il Messaggero. “Sta nella letteratura di tutti i tempi. Persino la Divina Commedia ci racconta che il mondo è cattivo: rappresenta la società dell’epoca. Oggi i media sono specchio della violenza o la ispirano? Se l’intento è malevolo, compiaciuto, si rischia che la rappresentazione si trasformi in un modello negativo da emulare. Altrimenti, se l’intento è finalizzato a indicare un pericolo, può essere utile. La responsabilità del giornalista consiste nell’avere caratura culturale, nell’essere critico e documentato nel rappresentare il male. Così potrà fare un buon uso dello strumento che ha in mano, con misura e competenza, maneggiando con delicatezza la sensibile materia da affrontare. Noi infatti lanciamo messaggi, ma non sappiamo chi li riceve dall’altra parte, né l’effetto che possono produrre”.  

Oggi i mass media tendono a ispirare violenza? 

“Gli strumenti in nostro possesso non sempre vengono usati bene. Internet, per esempio, spesso è al servizio di fini addirittura criminali, come la pedofilia. Il crimine è già un male endemico: ma l’uomo è attratto da ciò che è male, e la rappresentazione della trasgressione può attirarlo in modo morboso. Perciò la stampa non deve farsi guidare da un malinteso senso di libertà: occorrono regole, per adeguarsi a questo tumultuoso cambio del pianeta”.

Pessimista un emerito rappresentante dei diritti dei cittadini, l’avv. Carlo Rienzi, presidente del Codacons: “I media vanno sempre alla ricerca della notizia estremizzata, di uno spunto che faccia clamore. Sembrano godere quando possono dire che tutti sono stati in silenzio dinanzi a una ragazza stuprata. È terrificante che il giornalista chieda subito dov’è la notizia, se si possa spingere un po’ su certi aspetti”.

Incalza Gigi Vesigna, illustre firma di “Famiglia Cristiana”. “Stanno tutti esagerando. Non dico che certe notizie non vadano date: sarebbe una prospettiva quasi fascista, ingiusta. Ma taluni soffrono di un inconscio senso di protagonismo, privo di un solido pensiero etico: dare a loro tanta pubblicità di fatti di sangue, come i sassi lanciati dal cavalcavia, gli stupri, la violenza nelle scuole, può essere dannoso. I media dovrebbero piuttosto educare, senza dare questi esempi. Vale anche per i telegiornali. Ce ne sono un paio che hanno due filoni: il gossip esasperato e l’esibizione del dolore. Non c’è morto ammazzato per cui non si corra subito a prendere le prime dichiarazioni dei parenti. È un modo per sbattere il mostro in prima pagina. Il caso Corona, seppur si tratti di ben altra vicenda, lo dimostra. Non è un crimine, ma c’è una specie di elegia quando si parla di lui. Così diventa facilmente il modello da emulare”.  

L’accusa verso i mass media, dunque, è sempre presente: nel mirino, anche i telegiornali. Come si è visto, non mancano però i difensori. E, quasi a sorpresa, a togliere almeno in parte qualche responsabilità ai mezzi di comunicazione è Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori che pur tante volte ha stigmatizzato la tv e certi suoi messaggi. “I mass media si limitano a rappresentare la realtà, fanno cronaca”, dice. “Nessuna imputazione preventiva deve essere mossa verso di loro. È vero che oggi le immagini hanno una forza particolare e sono facilissime da realizzare: basta un videofonino per riprendere tutto. La cronaca è sempre più videocronaca, i mass media audiovisivi, al punto che per molti un caso come l’impiccagione di Saddam, se non fosse stata ripresa dalle immagini, quasi non sarebbe esistita. Dalla violenza rappresentata nella sua crudezza si può, talora, arrivare anche a forme di voyeurismo, con immagini che spaventano, incutono ansia, hanno effetti emotivi forti: come la metabolizzazione e normalizzazione della violenza stessa, un’anestesia nell’elaborazione del dolore, con conseguenze gravi per le menti fragili e possibile spinta all’emulazione. È già successo con fatti di sangue come Cogne o Novi Ligure: danno l’avvio a fenomeni di emulazione, che poi si smorzano con lo smorzarsi della attenzione dei media”. Detto questo, però, “un simile fenomeno riguarda solo una piccola parte di persone e di pubblico. Non bisogna fare di ogni erba un fascio. La violenza c’è nella società, prima di tutto”. Ma anche in questo caso, non manca l’attacco: “Semmai qualche responsabilità diamola non tanto ai reality o alla cosiddetta tv trash, bensì ai tg, in onda in fascia protetta. Molti videogiornalisti sono andati oltre i loro limiti. Ricordiamo una sentenza della Cassazione: il diritto della tutela del minore viene prima del diritto di cronaca”.

Rachele Zinzocchi

Giornalista