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Freniamo l’ignoranza, ma la comunicazione fa nascere nuove idee

Siamo ormai infettati dalla dequalificazione del linguaggio di intrattenimento e da una generale sciatteria di cui non sono esenti i telegiornali e i talk-show. Ma le regole non sono né eterne né assolute e non sono estranee alle lingue dalle singole comunità. Chi parla e chi scrive modifica la lingua in base alla situazione comunicativa, agli scopi, alla propria personalità. Gli errori se verranno accettati dai più entreranno a far parte della lingua. Un cambiamento linguistico e quindi fisiologico. Credo invece che non si debba accettare l’impoverimento della lingua, la banalità comunicativa che è fenomeno culturale. Si possono così accettare alcuni anglismi (ma soltanto alcuni) entrati nell’uso comune e ormai sono talmente tanti che la lingua italiana senza di essi perderebbe parte del proprio vocabolario. Del resto, la circolazione delle parole è anche circolazione delle idee, dei costumi e delle mode. Mi fa sorridere però chi mette la “s” del plurale alle parole inglesi ormai italianizzate come manager, jeep, pub, leader, a chi utilizza anglismi per non sentirsi provinciale (cool direbbero gli inglesi, figo diremmo noi) e anziché dire “Mi giri la e- mail” dice “Mi forwardi la mail”. Noi italiani oltre che di provincialismo soffriamo anche tanto di aggettivite, burocratese, maleduchese e commercialese. Quanti ancora scrivono o dicono prima il cognome e poi il nome? Reminescenze dell’appello scolastico? Per non parlare del verbo effettuare al posto di fare o di problematiche al posto di problemi. Ci fa sentire più colti e raffinati? Nel nostro paese i titoli accademici e le onorificenze vanno per multipli di quattro Prof. Dott. Ing. Cav. con le iniziali rigorosamente maiuscole. Del resto la minuscola si usa per i “nomi comuni”. Già, le lettere maiuscole le usiamo a pioggia per paura di mancare di rispetto a qualcuno? E il servilismo per le cariche che ci accompagna da quando emettiamo il primo vagito? Non vi sembra un paradosso scrivere o dire il primario x e sottolineare che è pure dottore?

Non sono per il purismo sempre e a tutti i costi ma sono per la capacità di usare la lingua in maniera flessibile e adeguata agli scopi comunicativi.
Quello che a mio parere non va accettato è l’errore compiuto per ignoranza. E l’ignoranza oggi è di casa anche nelle aule universitarie. Qualche tempo fa il Centro europeo dell’educazione analizzò cinquecento temi di maturità. Risultato: soltanto il 27 per cento avrebbe meritato un voto sufficiente. Frasi fatte, carenza di vocabolario e di sintassi, pochezza di contenuti, tendenza all’enfasi, uso errato del congiuntivo, parole gergali. Le carenze riscontrate nei temi dei maturandi si ritrovano negli scritti all’esame di stato degli aspiranti giornalisti professionisti.

Dobbiamo allora chiederci: che razza di lingua parliamo e scriviamo? I giovani parlano e scrivono la lingua del computer sintetizzata negli sms dei telefonini. Usano un vocabolario di poche centinaia di parole. Allora, forse, quando alcuni cattedratici, quelli più tradizionalisti, parlano di usare un linguaggio elegante non sanno che prima di tutto occorre imparare un linguaggio corretto. L’università potrebbe fare molto ma in realtà fa poco, in quanto manca quel collegamento scuola- università. E non va sottovalutata neppure l’istruzione pre-universitaria. Non ci dimentichiamo che veniamo da un passato che al momento dell’unificazione politica italiana ci consegnava il 78% di analfabeti. Oggi la nuova alfabetizzazione passa attraverso Internet e la formazione sulle nuove tecnologie deve cominciare dalla scuola. Ma in Italia c’’è ancora molto da fare. Da una recente indagine è emerso che soltanto il 33 per cento degli italiani usa le moderne tecnologie. La spesa informatica nell’istruzione nel 2003 è stata di circa 250 milioni di euro (10 per cento in più del 2002 e 30 per cento in più del 2001).

L’Italia ha accumulato negli anni ‘90 un gravissimo ritardo nell’utilizzo delle tecnologie digitali nel Sistema Paese.
Ma il problema più grave è nel linguaggio. Soltanto i classisti ignoranti sono convinti che parlare senza farsi capire sia sinonimo di cultura. E quindi utilizzano un linguaggio aulico e orpelloso. Concludo con un mio aforisma: se vi fanno pena le parole che zoppicano ricordatevelo ogni volta che ne storpierete una.

Igor Righetti

Giornalista