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Cronaca ed esame psicopedagogico di maltrattamenti subiti dai bambini. Altri fattori di rischio, prevenzione e proposte operative

Esame psicopedagogico del maltrattamento.

Per abuso si intende “quell’ insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale le cui manifestazioni sono: la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psicologico e/o sessuale da parte di un famigliare o di altri che hanno la cura del bambino.

Trascuratezza: si intende una grave o persistente negligenza nei confronti del bambino, o il fallimento nel proteggerlo dalle esposizioni a qualsiasi tipo di pericolo o altri insuccessi educativi che possano compromettere il suo sviluppo intellettivo e salutare.  

Maltrattamento fisico: implica un danno o il fallimento  nel prevenirlo compresa la sindrome di Munchausen per procura. Inclusi sono anche l’ infanticidio e le pratiche rituali.

Abuso sessuale: comporta lo sfruttamento sessuale di un bambino/adolescente dipendente e/o immaturo sul piano dello sviluppo, e anche prostituzione infantile e pornografia.

Abuso emozionale: comunemente denominato anche maltrattamento psicologico, che si riferisce a persistenti maltrattamenti emotivi e atteggiamenti di rifiuto e di denigrazione, che determinano conseguenze negative sullo sviluppo affettivo e comportamentale.

Essendo l’emozione  primaria nello sviluppo psicologico del bambino, è necessario distinguere l’abuso emozionale dal maltrattamento psicologico: il primo implica da parte dell’ adulto una reazione emozionale stabile, ripetitiva ed inappropriata all’esperienza del bambino e alle sue espressioni comportamentali, mentre il maltrattamento psicologico, nella sua forma di denigrazioni verbali, critiche e svalutative, si configura come una risposta comportamentale stabile, ripetitiva ed inappropriata che danneggia o inibisce  lo sviluppo di alcune facoltà cognitivo-emotive fondamentali quali l’intelligenza, l’attenzione, la percezione e la memoria.

E’ il rapporto fra emozioni positive e negative che determina il senso di benessere psicologico, secondo la teoria di Winnicott i bambini emozionalmente sani imparano a confrontarsi da soli imitando le persone che si prendono normalmente cura di loro e diventano così meno vulnerabili alle tempeste scatenate dal cervello emozionale.

L’ insegnamento dell’ empatia inizia nella primissima infanzia. Bambini che nella loro vita hanno avuto una buona dose di approvazione ed incoraggiamento da parte degli adulti, si aspettano di riuscire nelle piccole imprese in cui si imbattono. Al contrario bambini che, iniziando dalla famiglia e continuando nell’ambiente sociale, hanno alle spalle ambienti caotici, troppo tetri e trascurati, affrontano i loro compiti con l’ aspettativa del fallimento. Le azioni degli adulti possono contribuire  a generare fiducia, curiosità, piacere nell’ apprendimento e nella comprensione dei limiti, prodromi questi del successo della vita.  Secondo Brazelton il successo scolastico  dipende in misura sorprendente dalle caratteristiche emotive formatesi negli anni precedenti all’ ingresso del bambino nella scuola.

La prima opportunità di dare forma ai germi dell’ intelligenza emotiva si presenta nei primissimi anni di vita continuando a svilupparsi  successivamente. Tali abilità costituiscono le basi dell’ apprendimento. I maltrattamenti (in particolare l’essere percossi  secondo il capriccio dell’adulto) distorcono la naturale inclinazione    all’ empatia tipica del bambino trasformandone i comportamenti nei confronti dei coetanei, mostrando, dunque, i gravi segni dei maltrattamenti sia fisici che psicologici loro inferti. Nella vita questi soggetti  hanno maggiore probabilità di avere difficoltà cognitive  nell’ apprendimento, di essere aggressivi e di non incontrare le simpatie dei loro coetanei, sono vulnerabili alla depressione e, da adulti, hanno maggiore probabilità di avere problemi con la legge e commettere crimini violenti.

L’ osservazione di come lo stesso cervello venga plasmato dalla brutalità – o dall’ amore – indica che l’infanzia rappresenta un’ occasione importante da cogliere per impartire ai bambini gli insegnamenti emozionali.  Il modello più istruttivo per comprendere l’ insegnamento emozionale impartito a questi piccoli sta nel constatare come  il trauma possa lasciare un segno duraturo nel cervello e come queste cicatrici possano essere curate.  Ogni momento intenso e terrificante diventa nel ricordo incrostato nei circuiti cerebrali della parte emozionale. I sintomi del disturbo da stress post-traumatico (Ptsd) tradiscono un’ iperattività dell’ amigdala. Gruppo di strutture interconnesse a forma di “mandorla”  posto sopra il tronco cefalico vicino alla parte inferiore del sistema limbico, l’amigdala è specializzata in questioni emozionali, se viene resecata dal resto del cervello il risultato è un’ evidentissima incapacità di valutare il significato emozionale degli eventi. Tutte le passioni dipendono da essa e tutte le caratteristiche mimiche e muscolari pronte all’ intervento rispetto al messaggio ricevuto, sono stimolate da questo piccolo “nocciolo” nascosto all’interno del nostro cervello.  Le Doux, famoso neuroscienziato, ricorre al ruolo dell’ amigdala nell’ infanzia per confermare quello che è il principio fondamentale del pensiero psicoanalitico, cioè che le interazioni sperimentate nei primissimi anni di vita impartirebbero una serie di insegnamenti emozionali basati sull’ armonia e i contrasti fra bambino e chi si prende cura di lui.  Ciò che  viene immagazzinato in un’ età in cui non si hanno capacità specifiche per descrivere le esperienze vissute, viene poi richiamato in tempi successivi condizionando le reazioni emotive che apparentemente  non hanno spiegazione (emozione precognitiva).

Il ricordo del trauma diventa  un meccanismo scatenante, una sorta di grilletto pronto a far scattare un allarme al minimo indizio dell’ imminente ripresentarsi dell’evento tanto paventato. Questo fenomeno  è caratteristico di tutti i traumi emotivi compresi quelli derivati da ripetuti maltrattamenti fisici durante l’infanzia.

La violenza psicologica nelle forme di manipolazione affettiva, imbroglio, confusione delle emozioni, è sempre presente nell’ abuso sessuale, ma anche del maltrattamento fisico e nella trascuratezza come denigrazione, critica ingiustificata, svalutazione, ecc., oppure evolve in forme di violenza verbale o fisica.

Il maltrattamento psicologico è la reiterazione di patterncomportamentali o modelli relazionali che convogliano sul bambino l’ idea che vale poco, non è amato, non è  desiderato, o anche la presenza di biasimo protratto, isolamento forzato, critiche, disparità e preferenze  nell’ atteggiamento verso gli altri piccoli, minacce verbali.

L’Office fo the Study of the Psychological Rights of the Child  dell’ Indiana University ha proposto cinque categorie comportamentali distinte : 

1)   disprezzare;

2)   terrorizzare;

3)   isolare;

4)   sfruttare e/o corrompere;

5)   mancare di responsabilità emozionale.

Gli atteggiamenti derivanti da  queste categorie possono presentarsi in forma diretta,  coinvolgendo quindi direttamente il bambino, o in forma indiretta, quando egli ne subisce le conseguenze in quanto spettatore  o osservatore .

I bambini maltrattati costruiscono di se stessi e degli altri idee particolari. Iniziamo prendendo in considerazione le classiche reazioni alla vittimizzazione e alla loro articolazione in una sequenza tipicamente prevedibile. In chi è oggetto di maltrattamento e di abuso, dopo una prima fase acuta, in cui compaiono reazioni immediate di disorganizzazione, disorientamento, sentimenti di vulnerabilità, incredulità, bisogno di isolarsi e senso di annichilimento, emergono reazioni a breve termine in cui iniziano a farsi strada emozioni e sentimenti più articolati, anche se ambivalenti e contrastanti: sentimenti di paura e di rabbia, percezione di se come inadeguato, colpevolizzazione per la propria inadeguatezza, sentimenti di umiliazione fondamentali: da un lato autocolpevolizzazione per l’ incapacità a sottrarsi e ad opporsi all’ingiustizia, dall’altro rabbia verso l’aggressore che, se è un famigliare, continua a suscitare anche affetti positivi. I bambini che subiscono violenza, anche se piccoli,  percepiscono dentro di se la presenza simultanea di molte emozioni confuse e contrastanti, facendolo trasparire dal comportamento ed un osservatore esterno può accorgersene, mentre essi non possono rendersene conto. “Il riconoscimento consapevole dell’ ambivalenza emotiva, cioè il rendersi conto che è possibile provare nello stesso momento  e nei confronti delle stesse persone o situazioni, emozioni e sentimenti opposti, emerge piuttosto tardi e raramente si manifesta   prima dei sette-otto anni. (Camaioni ’96).”  Quindi,  se lo sviluppo cognitivo non ha ancora raggiunto un livello di competenze adeguato, il bambino non potrà operare  distinzioni consapevoli e autoriflessive idonee a consentirgli di differenziare dentro di se le emozioni contrastanti o ambivalenti, trovandosi nella condizione estrema di vulnerabilità e confusione che lo porta a compiere autoattribuzioni di colpa o di vergogna.  La denigrazione  verbale, le aggressioni fisiche, le critiche e le indiscriminate accuse, tipiche della violenza fisica e psicologica, agiscono già sulla tendenza del bambino piccolo a ritenersi responsabile dei danni e degli incidenti anche se provocati da altri.  Questo lo indurrà a viversi come cattivo, inadeguato, incapace di elaborare strategie per modificare se stesso  o la situazione che lo circonda.

2.   Prevenzione ed altri fattori di rischio.

Nonostante oggi ci siano condizioni che riducono la mortalità infantile, la selettività scolastica e lo stato di abbandono, si è aperto un fronte di rischio senza dubbio più subdolo: quello dei casi di abuso all’ infanzia che può manifestarsi nelle forme più violente, aberranti ed eclatanti ma anche nelle forme più serpeggianti e silenziose di incuria, disattenzione, abbandono psicologico e affettivo e semiabbandono. Queste forme di violenza,  toccano direttamente la sfera relazionale del bambino, la sfera delle relazioni primarie ed i confronti fra normale e patologico. Oltre a studiare i fattori di rischio  dipendenti dalle situazioni socioculturali e famigliari in cui si verifica il maltrattamento e l’abuso è soprattutto importante leggere in chiave  evolutiva e con attenzione quei fattori che contribuiscono ai disagi psicologici e psichiatrici. Il concetto di rischio privilegia questo secondo aspetto  e  focalizza l’ attenzione  sulla  psicopatologia dello sviluppo in quei fattori che possono amplificare o ridurre i danni psicologici del bambino. Laddove il rischio si intensifica provoca una maggiore vulnerabilità, mentre è un fattore protettivo quello capace di ridurne l’ effetto. Un fattore protettivo può esercitare il suo effetto non necessariamente in modo diretto, ma interagendo col fattore di rischio riducendone la portata o modificandone la direzione, cosicché una traiettoria precedentemente a rischio si modifica in senso positivo. I fattori di rischio e quelli protettivi agiscono, inoltre, sui processi evolutivi e non  sulla singola funzione, riducendo o potenziando  le diverse competenze che sono sottese all’ adattamento (Emiliani- Bastianoni ’93).

uniforme a tutti i bambini, le esperienze non condivise toccano in modo diverso ciascun  bambino nell’ interno dello stesso nucleo, come le preferenze o il capo espiatorio. Le esperienze non condivise vengono giudicate molto più importanti e capaci di esercitare un maggior peso nello sviluppo della personalità  che non le esperienze condivise. Si può dire che alle condizioni di violenza o di abuso il rischio di conseguenze negative aumenti se la vittimizzazione si accompagna ad una situazione  di capro espiatorio all’interno di rapporti in cui vi siano preferenze che penalizzano palesemente quel bambino. Art, in relazione al maltrattamento psicologico, sottolinea come la mancanza di  sensibilità emozionale eserciti un impatto negativo su bambini piccoli che hanno bisogno di cure adeguate per stabilire una fiducia di base. Nel corso del primo anno la funzione tutoria dell’adulto ha lo scopo vitale, attraverso la regolarità del ritmo, la contingenza interattiva, la condivisione dell’ attenzione, di supportare lo sviluppo delle capacità  innate del neonato, di creare contesti di relazione  nei quali il sistema di aspettative prevedibile e condiviso consenta l’ emergere delle capacità del bambino.

I bambini, proprio i più piccoli, oggi subiscono nel modo certamente più pesante le conseguenze delle avverse situazioni sociali ed economiche. Essi dipendono infatti completamente dagli altri, dagli adulti che di essi si occupano, tanto per il puro e semplice sopravvivere, quanto  per poter godere di un pieno benessere.  Un buon metro col quale giudicare un sistema sociale è quindi quello che misura il trattamento e la considerazione data ai bambini più piccoli ai loro genitori, alle mamme soprattutto .

Formula fondamentale  è che il bambino venga considerato per ciò che effettivamente è: una nuova persona in formazione che necessita non solo di cure fisiche ma anche di rapporti umani e di stimoli materiali che attivino fin dai primi mesi la sua grande capacità di sviluppo mentale 

Non a caso una delle caratteristiche che accomuna molti adolescenti e adulti che hanno vissuto prima credendo, poi sperando e poi sperando inutilmente nell’ idea di avere giustizia, è quella tipica condizione psicologica che riporta costantemente a rivendicare a desiderare e a ad agire con l’obiettivo di ottenere finalmente ciò che  non hanno mai avuto.

Coloro che hanno subito vessazioni, maltrattamenti, abusi, punizioni ingiuste, soprattutto in età infantile, quando erano impotenti ed incapaci di difendersi, vivono tra gli altri anche il problema di una profonda deformazione dei sentimenti di fiducia nelle norme, nella giustizia e nella possibilità della punizione, e presentano, nel contempo, una difficoltà nell’ assunzione delle proprie responsabilità, nella compartecipazione, nella espressione delle emozioni empatiche e nella condivisione delle esperienze.

Non è da sottovalutare un altro aspetto importante che riguarda l’ influenza delle emozioni sulla salute.  Una fondamentale via di collegamento fra emozioni e sistema immunitario si esplica            nell’ influenza esercitata dagli ormoni liberati in condizioni di stress. Le catecolamine (adrenalina e noradrenalina) il cortisolo e la prolattina, come pure gli oppiacei naturali beta-endorfina ed encefalina, vengono tutti liberati in quello stato di attivazione fisiologica che segue allo stress. Ciascuna di queste sostanze ha un forte impatto sulle cellule immunitarie. Sebbene le relazioni siano complesse, l’ influenza principale di questi ormoni, mentre la loro concentrazione aumenta nell’ organismo, è quella di inibire la funzione delle cellule immunitarie: almeno temporaneamente, lo stress sopprime la resistenza immunitaria, forse per risparmiare l’ energia necessaria a far fronte all’ emergenza immediata, alla quale viene riconosciuta la priorità  e che potrebbe essere più urgente per la sopravvivenza. Ma se lo stress è costante e intenso, tale soppressione può protrarsi a lungo.  Uno studio condotto su 101 casi di entrambi i sessi che abbiano sperimentato stati cronici di ansia, lunghi periodi  di tristezza e pessimismo, continua tensione o costanti sentimenti di ostilità, implacabile cinismo o sospettosità, corrono il rischio doppio di ammalarsi di patologie quali asma, artrite, emicrania, ulcera gastrica e cardiopatie.

  1. Proposte operative.

L’ asilo nido è nato come luogo di custodia dei bambini delle lavoratrici che non potevano disporre di altre persone a cui affidarli e doveva essere innanzitutto un luogo di educazione e non di custodia o di semplice prevenzione delle malattie. Nella vita del nido si riflettono poi, in modo più immediato che in qualsiasi altro istituto, i problemi del mondo del lavoro: orari del lavoro della donna, congedi per maternità o malattia, spesso del tutto insufficienti alle esigenze del bambino. Impreparazione ed incertezza dunque non solo nel realizzare ma già nel formulare un corretto modello di asilo nido che non sia un istituto assistenziale, ma che non sia neppure  una scuola. L’ aspetto più determinante per la mancata realizzazione del nido come luogo per il bambino, è che si è solo pensato alle esigenze della donna e non ai bisogni effettivi del piccolo, comportando  diverse conseguenze  come la realizzazione di nidi che hanno ignorato le reali esigenze dei bambini immergendoli in situazioni di affollamento insostenibile, divenendo quindi luoghi di semplice custodia, mentre il modo corretto di interpretare il termine “nido” è di considerarlo prima di tutto dal punto di vista del bambino come prima scuola cioè come ambiente che supplisca alla famiglia e fornisca un primo luogo di integrazione. Sull’asilo nido sono state formulate posizioni contrastanti in quanto è opinione comune che debba essere la madre  ad allevare e sostenere l’educazione del bambino stesso, mentre si ritiene assai importante che fin dai primi mesi il bambino abbia un’ educazione collettiva, che favorirebbe la socializzazione e faciliterebbe l’ inserimento nella scuola materna.

Un tempo si presentavano ambienti poveri di stimoli con pochi giocattoli e personale scarso, non molto preparato dal punto di vista psicopedagogico; oggi, invece, si tende a  predisporre una situazione ambientale  ricca di stimoli, vivace, in cui il bambino possa interagire con l’ adulto ed abbia a disposizione materiale sufficiente  in modo da scongiurare inconvenienti e favorire così il suo sviluppo. E’ stato notato da Bowlby che i neonati stabiliscono un rapporto di attaccamento legato a richieste istintive e genetiche di sopravvivenza   che necessitano, da parte della mamma, di risposte specifiche. Tutto ciò faceva supporre che i bambini allontanati dalla famiglia potessero subire gravi traumi affettivi e ritardi, soprattutto linguistici, motori, apatia, aggressività, incapacità a stabilire rapporti equilibrati con gli altri per un eccesso di dipendenza e di ansietà.

Yarrow, invece, sostiene che le carenze riscontrate nei bambini istituzionalizzati non erano tanto da attribuire al distacco dalla figura materna quanto alla situazione di deprivazione sensoriale in cui i bambini si trovavano. Tale deprivazione deriva da un numero eccessivo di bambini per ogni adulto  e di conseguenza ad una troppo scarsa interrazione alla scarsa stabilità del personale che non consente il formarsi di figure di riferimento, all’ inadeguatezza dei mezzi di stimolazione dovuta alla scarsità dei materiali e all’ impreparazione psicopedagogica del personale. L’ integrazione adulto-bambino resta dunque alla base di una diade importante per una crescita equilibrata senza minare alla base il delicato ed inscindibile rapporto madre-figlio.

Per lo sviluppo del bambino non è sufficiente un programma di stimolazione intellettuale, ma il rapporto interpersonale in cui esso viene applicato e la situazione emotiva del bambino sono variabili fondamentali per lo sviluppo cognitivo e socioemotivo. Alla base  di una corretta interrelazione adulto-bambino sta la metodica    dell’ osservazione sistematica del piccolo, soprattutto nei suoi rapporti con l’ ambiente circostante  e con gli altri. Saper osservare, cogliere, interpretare i comportamenti ed i bisogni del bambino, il proprio modo di interagire con lui, le sue reazioni, sono requisiti di base per ogni educatore, in particolare chi opera con la prima infanzia, con soggetti quindi che solo con il comportamento possono esprimere il proprio modo di essere e di sentire.

Nonostante i rischi emotivi, non bisogna trascurare i vantaggi  che un ambiente equilibrato e predisposto con cura, un programma di stimolazione adeguato, relazioni interpersonali variate e valide quali possono essere offerte dal nido, possono produrre nei bambini ed in particolare in quelli svantaggiati.

E’ necessario quindi che il nido garantisca rapporti interpersonali adulto-bambino quantitativamente e qualitativamente  adeguati onde evitare le carenze riscontrate in bambini privati di un sufficiente contatto con adulti significativi; è necessario che l’educatore sia preparato, mediante l’osservazione, a cogliere i segnali che il bambino emette e a mettersi in sintonia con essi per avviare  il necessario processo di interazione che presiede allo sviluppo cognitivo e socioemotivo.

Favorire le madri, con leggi adeguate, dando la possibilità di inserimento dei neonati non prima dei sei mesi di età, momento in  cui il piccolo ha potuto mettere in funzione i comportamenti che costituiscono  l’ attaccamento e quindi può essere considerato in grado di stabilire  altri simili legami; e, nello stesso tempo, il rapporto madre-bambino non ha ancora avuto modo di diventare esclusivo e perciò la separazione è meno traumatizzante; far convergere nelle cure dedicate ai piccoli gli aspetti sanitari e psicologici. Così, gli orari e le stimolazioni percettive vanno opportunamente variati e adattati al  bisogno individuale e al rapporto numerico educatore-bambino che renda possibile l’ interrelazione affettuosa che contraddistingue le buone cure materne. Nello stesso tempo, con un rapporto stretto e collaborativo genitore-educatore, si può stabilire una sorta di controllo bivalente sull’ operato educatore-bambino da parte del genitore e genitore-bambino da parte dell’educatore in modo da monitorare in ogni circostanza  la natura degli eventuali disagi che potrebbero verificarsi. Nei casi di incapacità genitoriali un aiuto operativo  efficace da parte di educatori ben preparati può favorire  la risoluzione di problemi anche molto gravi sviluppatisi all’ interno della famiglia stessa.

Non dobbiamo sottovalutare che in casi di aggressione psicologica o fisica ogni soggetto-vittima  subisce un grave terremoto emotivo che assolutamente da solo non può superare ed in  particolare nel caso di piccoli individui deve assolutamente essere gestito da personale che possa aiutare ad elaborare il lutto e che eviti l’ introversione e l’ isolamento psicologico a cui i piccoli potrebbero andare incontro,  elaborando  un piano di ri-apprendimento  che nella patologia da stress (Ptds) non trova compenso in modo spontaneo e che quindi necessita di supporto atto a riacquistare il senso di sicurezza personale, arrivando a dominare il trauma. In termini cerebrali, posiamo ipotizzare che il sistema limbico continui a inviare segnali di allarme in risposta alle avvisaglie di un evento temuto, mentre la corteccia prefrontale  e le zone ad essa collegate hanno appreso una risposta nuova, più sana.

In breve, le reazioni emotive apprese possono essere riplasmate.

Questo tipo di apprendimento dura tutta la vita.

Maria Pia Dematheis

Audiologa, psicologa