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Ascolto negato e media

Secondo una recente indagine scientifica, il tempo medio che i genitori nostrani dedicano al dialogo con i figli è di 18 minuti al giorno. Se genitori e figli tedeschi dialogano per 25 minuti al giorno, i francesi raggiungono punte di 30 minuti. Loquaci gli svedesi, 45 minuti. Peggio di noi sono solo i greci con 16 minuti, mentre gli spagnoli dedicano al dialogo intergenerazionale 23 minuti. In Inghilterra il nucleo familiare è più salvaguardato: si parla per almeno 40 minuti dei problemi di ogni giorno tra genitori e figli. L’Italia, oltre ad essere il Paese che si distingue nel mondo per il tasso più alto di denatalità, ora ha anche un altro primato: l’assenza di dialogo familiare. Quali sono le ragioni di un così carente dialogo e, dunque, di un ascolto negato? Molti studi compiuti in ogni parte del mondo puntano il dito essenzialmente contro la televisione. Ma, ad insegnare ai nostri figli a stare davanti alla tv in quantità di tempo spropositata sono proprio i genitori che arrivano a totalizzare oltre 3 ore e 30 minuti giornaliere davanti al video, infatti, come evidenzia un laboratorio effettuato dall’Osservatorio sui Diritti dei Minori su un campione di 1.000 madri italiane, donne di età compresa tra i 25 e i 35 anni, madri di almeno un bambino al di sotto dei 10 anni di età, disoccupate o impegnate professionalmente soltanto in orario antimeridiano.

Alle signore è stato chiesto quante ore trascorrano davanti alla televisione. Il 61% ha sostenuto di rimanere esposto davanti al tubo catodico per oltre 4 ore al giorno; il 22% ha asserito di guardare la tv per un arco di tempo oscillante fra le 2 e le 3 ore; il 17% ha affermato invece di guardare la tv per meno di 2 ore al giorno. I programmi più visti sono: soap opera o fiction per il 63%; varietà o talk show per il 37%. Gli orari di visione sono distribuiti equamente lungo tutto l’arco della giornata, con una prevalenza al mattino per le donne che non lavorano e che non affidano i bambini all’asilo.

Il dato più inquietante, risiede in quel 76% di madri che guardano la tv in compagnia dei figli più piccoli. Nel momento storico in cui è in forte discussione la qualità televisiva rapportata alle esigenze psicopedagogiche dei soggetti in età evolutiva è davvero triste constatare che complici del mancato rispetto dei bambini siano molte, troppe madri. Troppa esposizione stordisce i bambini genera nevrosi, depressione, ansia ed altro ancora come aggressività, senso di inadeguatezza, infelicità Anche le mamme stesse subiscono un forte condizionamento di tipo psicologico, ma in questo caso scelto e non subito come per i bambini.

Questa è la storia televisiva di un bambino di sei anni: mentre la mamma in cucina riassettava, lui se ne stava davanti alla televisione dopo cena. Rai Due, per la precisione, film in onda Lake Placid. Ad un tratto, il bambino lancia un urlo spaventoso e comincia a piangere, indicando con il dito lo schermo. La mamma lo prende in braccio e dà uno sguardo alla tv: c’è un uomo le cui gambe erano state divorate da un mostro. Un busto senza arti inferiori e sanguinante. Il bambino, nel corso della notte, si è svegliato più volte piangendo.

Mi dicono che l’annunciatrice aveva sconsigliato la visione ai minori, ho riscontrato che i periodici d’informazione segnalano con il bollino rosso il thriller, ma rimane questa una palese violazione del protocollo d’intesa relativo alla fascia protetta, che va fino alle 22.30. Ho quindi guardato il film coadiuvato da una neuropsichiatra infantile e da una psicologa dell’età evolutiva: scene terrificanti. Una produzione fatta di bestie e uomini indistintamente divorati da un megacoccodrillo. Teste di uomini sbranati che improvvisamente apparivano generando una tensione per nulla gestibile dai bambini. Animali, come la mucca e l’orso, che nell’immaginario collettivo dei bambini sono simbolo del cioccolato e dei cartoni animati, ingoiati e sfruttati per scene ad effetto, come quella di un vitellino legato ad un elicottero ed immerso nelle acque del fiume a far da cavia per la cattura del mostro. Informo dell’accaduto i vertici dell’azienda televisiva di Stato ed i vertici istituzionali, a partire dal ministro Gasparri. “Non ci sentiamo tutelati dalle istituzioni – scrivo alla stampa – e siamo circondati da miriadi di organismi sordi”. Il giorno seguente propongo che le mamme e i papà, costretti a portare i propri figli minori in cura dallo specialista per accertata patologia, ingenerata da dinamica televisiva impropria rispetto alle esigenze di un corretto sviluppo psicopedagogico dei soggetti in età evolutiva (frase tecnica che ben spiega quello che succede nei bambini davanti allo schermo), inviino la parcella del professionista e la richiesta di risarcimento all’azienda televisiva cui vengono attribuite le responsabilità. Questa violenza è eccessiva e, soprattutto, non è reale. Non almeno in questa parte di mondo, dove un alligatore al massimo lo si trova allo zoo. È un tiro alla fune con i sentimenti dei bambini. Nel loro immaginario favolistica ci sono già abbastanza mostri e uomini neri a generare ansie, espedienti della psiche per gestire – spesso in sogno – sentimenti negativi o (considerati dalla società) amorali. Ma se il bambino cerca, con gli strumenti a sua disposizione, di liberarsi dalle tensioni, la tv gliene crea spesso e volentieri delle altre. Che fare, allora, spegnerla?

Ci sono pro e contro qualunque sia la scelta. Come dice E. B. White, la televisione è il “test del mondo moderno”. In se stessa non è buona o cattiva, è soltanto un apparecchio elettrico. È il modo in cui la si utilizza (regola che vale per chi la fa e chi la guarda) a fare la differenza. Non chiedetevi quindi cosa la televisione può fare ai vostri figli, ma come potete interagire voi con la televisione per i vostri figli. Non sono però completamente d’accordo con il cardinale Ersilio Tonini quando dice che, davanti ad un gesto di irresponsabilità catodica, spegnere la tv può diventare una forma di protesta civile. Se i genitori fossero davvero a casa e controllassero i figli, forse, potrebbe avere un senso, ma non si può demandare un gesto di responsabilità tale ad un bambino quando si trova solo, davanti allo schermo.

Gli effetti a catena della dipendenza dai media

Il problema – questo è il vero dato di fatto – è che i minori non possono più stare senza televisione.

Rientra nel loro orizzonte quotidiano, è “obbligatoria” al pari della Playstation e del motorino a 14 anni. Come Osservatorio abbiamo fatto l’esperimento di spegnere per due settimane lo schermo ad un centinaio di ragazzi sotto i 17 anni: 7 su 10 si sono detti fin da subito incapaci di resistere. Dopo cinque giorni di astinenza la metà del gruppo ha dato forfait, ritornando al suo “narcotico culturale” quotidiano. Quando Franca Ciampi ha coniato il termine tv deficiente forse non sapeva che questa felicissima espressione, peraltro condivisa dal 68% dei giovani italiani, ha un valore scientifico. È causa di una nevrosi socialmente strutturata, la paura di “sentirsi tagliati fuori dal mondo” se si sta con la tv spenta.

Secondo il trattato di Larry e Susan Kaseman sul rapporto tra tv e famiglia “come strumento educativo la televisione è validissima nel far entrare il mondo intero nei nostri salotti. Possiamo apprendere il comportamento dell’uccello tessitore dell’Africa Orientale osservandolo mentre costruisce il proprio nido complicato. Possiamo assistere di prima mano agli eventi mondiali. I bambini che vivono in piccole comunità omogenee possono apprendere i costumi di persone diverse da loro. Le notizie vengono diffuse immediatamente tramite la televisione. Inoltre, la televisione unisce culturalmente. Dal punto di vista di un bambino ciò può significare qualcosa di semplice come sapere chi è Topolino; dal punto di vista di un adulto ciò può significare il sentirsi collegati con la gente in tutta la propria nazione durante un’elezione o un altro avvenimento di portata nazionale”. Fin qui, gli aspetti positivi. Ma, se si guarda a programmazioni meno edificanti rispetto ai documentari o alla diretta sui destini democratici di una nazione, la violenza che oggi permea buona parte dei palinsesti causa stress nei più piccoli. La “cattiva maestra” ha effetti ormonali sui bambini – secondo lo studio del professor Roberto Salti, endocrinologo pediatrico dell’Ospedale Meyer di Firenze – e anticipa la pubertà già a 7-8 anni. Troppa violenza, troppo sesso sull’irrinunciabile schermo stimolano alcune zone cerebrali e producono reazioni a cascata sui più piccoli, rendendoli mentalmente adulti prima del tempo. Secondo Salti, “dopo aver assistito a programmi con aspetti intensamente emotivi il bambino ha difficoltà a discriminare il ricordo del passato reale da quello di scene di cui è stato solo spettatore. Poiché la memoria si rinnova in maniera continua, con perdita di alcune informazioni e aggiunta di altre, questa ristrutturazione può provocare false memorie con conseguenze facilmente intuibili”. Si confonde, insomma, il vero con il verosimile, il verosimile con il falso. Un processo, questo, che tende nel tempo a desensibilizzarci su quanto la tv trasmette. “Il primo atto violento a cui assistiamo ci colpisce molto più che il centesimo” spiega David Elkind nel suo libro The Hurried Child (Il bambino frettoloso), in cui codifica la “pseudo-sofisticazione”. Elkind sostiene che la televisione incoraggia i bambini a parlare e ad agire come se fossero molto più anziani e molto più esperti. Nel fare così, i più piccoli tendono ad escludere la risposta emotiva che potrebbero avere normalmente nell’assistere alla violenza o al sesso o al crimine in televisione. Questo fa sì che i bambini possano agire, sembrare, comportarsi come degli adulti, anche se dentro di loro continuano a sentire e a pensare ancora da bambini.

Privare un bambino della propria infanzia, invecchiarlo a scopo televisivo significa rubargli il tempo dei giochi. Secondo uno studio di Marie Winn, autrice di “La droga elettronica: televisione, bambini e famiglie”, i piccoli che guardano molta televisione (o che la fanno, direttamente) usano molto meno l’immaginazione e la drammatizzazione durante il gioco che è e resta uno strumento fondamentale per formarsi una personalità e interagire in modo corretto con la società. Se un bambino o un pre-adolescente viene catapultato a forza dietro o davanti lo schermo non ha modo di incontrare e scontrarsi con altre persone della “stessa taglia” e quindi avrà sempre e comunque una visione distorta del quotidiano, fatto di lavoro (per chi, come Alina, è diventato un prodotto commerciale) o di lobotomizzazione relazionale (per chi, come tanti dei nostri figli, guarda i coetanei in tv e si identifica in quel percorso).

L’emulazione che genera nevrosi

Il modo con cui un bambino guarda la televisione è differente dal modo con cui la guarda un adulto che, spesso, si mette comodamente seduto in poltrona e osserva il televisore solo per lasciarsi andare, per rilassarsi senza pensare a niente.

I bambini, invece, guardando la televisione assorbono nozioni circa il mondo degli adulti, un mondo che li attrae, apparentemente libero e nel quale tutto è possibile, perché gli adulti sanno fare quello che i piccoli non sono ancora in grado di fare. Più un bimbo è piccolo più breve è la sua capacità attentiva e, di conseguenza, spesso non è in condizione di seguire la trama. Quindi fisserà nella sua memoria solo le dinamiche più forti, oggi intrise di violenza fisica anche in molti cartoni animati, con una forza tale da generare dissonanze pisicologiche anche non immediate.

Immediate sono, invece, tante storie adolescenziali, fatte di commistioni tra fiction e realtà.

Empiricamente: se di recente un adolescente ha ucciso con un’arma specifica, anche i successivi omicidi commessi da coetanei seguono lo stesso cliché. Una lama è stata usata da Erika e Omar per uccidere Susy Cassini e Gianluca, con la lama è stata uccisa suor Maria Laura Mainetti, sempre sotto i colpi di una lama è perita la pensionata di Sora (Frosinone) e con un temperino Roberto ha ucciso Monica nel cortile della scuola a Sesto San Giovanni. Tutti omicidi compiuti da minorenni e tutti con la stessa arma. Emulazione.

Una soglia superiore al 50% dei programmi televisivi italiani contiene scene di violenza e questo eccesso può portare ad un aumento dei comportamenti aggressivi nei bambini e negli adolescenti, con il rischio di incappare in età più avanzata in scelte sociali discutibili, come il bullismo o l’aggregazione in baby gang. Si agevola così la certezza di vivere in un mondo pervaso solo da violenza, che quindi ne giustifica l’uso.

Anche l’anoressia nervosa, malattia che colpisce migliaia di ragazzine ogni anno, trae origine spesso dall’emulazione delle top model e delle star della televisione. Certamente il piccolo schermo non è l’unico responsabile di un fenomeno che trae origine, psicologicamente parlando, da difficili rapporti familiari, ma il continuo perpetrarsi di un modello fisico (così come la sua sponsorizzazione) genera, in chi ha già pesanti insicurezze personali, un avvaloramento di scelte drastiche. Peso minimo, paura di ingrassare anche di fronte ad una evidente denutrizione, un bisogno ossessivo di tenere sotto controllo la propria immagine, amenorrea (assenza del ciclo mestruale) e danni fisiologici che possono portare gravissime conseguenze.

Ma loro no, le ragazzine, di fronte ai modelli imposti dai mass media forzano la propria costituzione e forgiano una volontà di ferro, fino a non mangiare più. O magari, quando la fame persiste, si abbuffano e poi si provocano il vomito, diventando bulimiche. Tutte, o quasi, hanno già sentito parlare di queste malattie, sanno molto bene quali sono le conseguenze, ma nonostante questo si ammalano e rischiano la vita pur di continuare a “competere” con la bellezza mediatica.

Persino nelle isole Fiji, paradiso dei mari del Sud, la televisione è riuscita a cambiare le abitudini della società in soli pochi anni. Prima dell’arrivo della tv nel 1995 parole come “dieta” e disturbi come “anoressia” e “bulimia” erano sconosciuti, solo il 3% fra le 63 ragazze di 17 anni di una scuola media superiore soffriva di disturbi alimentari. Un’indagine del 1998 fra altre 65 ragazze di 17 anni della stessa scuola ha però rivelato che il 15% di loro soffriva di anoressia o bulimia, il 29% si vedeva “obesa” e il 69% aveva seguito qualche dieta, per assomigliare alle attrici delle soap opera e dei telefilm. Televisione, moda, letterine, veline, non sono forse questi gli obiettivi da raggiungere per le giovani d’oggi? Questi esempi di bellezza fanno sì che le adolescenti abbiano un’immagine distorta del proprio corpo, una percezione del tutto individuale che le porta ad odiare il proprio aspetto. Un aspetto che, se non stereotipato, cancella ogni possibilità di successo sociale.

La tragedia è che, secondo i neuropsichiatri infantili, l’età di questi disturbi si è abbassata notevolmente: si registrano ricoveri di bambine di soli 8-9 anni con chiari segnali di anoressia nervosa e, tra le principali giustificazioni addotte dalle piccole pazienti, primeggia l’imitazione di qualche starlette televisiva. Se le bambine rinsecchiscono, i bambini invece tendono a gonfiare quanto prima il petto. Il bullismo, con la dose di aggressività e violenza che si porta dietro, ha un’ascesa parallela al proliferare di film e telefilm che offrono modelli giovanili sempre più fuorvianti. È il primo passo verso i gradini più alti della devianza. Letteralmente storditi, i giovani si lasciano andare – senza una vera ragione – all’emulazione di gesti violenti visti per ore ed ore in televisione, confondendo in un magma indifferenziato fiction e realtà. Quarant’anni di studi e analisi dimostrano che la televisione favorisce il bullismo, induce problemi scolastici e genera sintomi psicosomatici diversi, a partire dallo stress. L’esposizione ripetuta dei soggetti in età evolutiva ad eccessi ed aggressioni insegna loro ad affrontare le divergenze di opinione con la violenza come prima alternativa, anziché come ultima. E chi non alza le mani resta impassibile a scene che ha già visto chissà quante volte sullo schermo.

Tra i percorsi positivi e negativi, l’esigenza della consapevolezza

Tante sarebbero ancora le cose da dire relativamente ad un percorso irto e pieno di insidie, che ha però trovato sostegno nella gente comune, ancor prima che nel Codice Tv e Minori. Finalmente se ne parla, della tutela dei minori davanti allo schermo, e non soltanto in chiave polemica.

E che dire del Movimento spontaneo di coscienze che ha raccolto nel breve giro di pochissime settimane migliaia di firme a sostegno delle iniziative dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori per una tv più a dimensione di bambini e contro il dilagare della pedopornografia? E dell’Associazione Nazionale Sociologi che, su iniziativa del vice presidente nazionale, Pietro Zocconali, ha avviato laboratori nei dipartimenti dislocati sulla penisola orientati ad elaborare proposte per offerte televisive di qualità, sostenendo a spada tratta le ragioni dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori?

Grande fermento, dunque. Sono sempre di più gli adulti, infatti, che si confrontano con la questione dei palinsesti televisivi. Genitori, ma anche persone che non hanno figli o li vorrebbero, ma sono piene di scrupoli perché, a tante brutture moderne, devono aggiungere anche quelle che arrivano dal piccolo schermo. Persino i ragazzi si interessano del loro destino catodico, forse stanchi di vedere sempre gli stessi programmi, da soli o in famiglia.

Dunque, la tv fa male? Lanciamo un messaggio positivo: non sempre. Molto dipende da ciò che va in onda. Se è buono, a misura di bambino, può addirittura contribuire all’aumento del suo sviluppo intellettivo. A sostenerlo sono i ricercatori dell’Università di Austin nel Texas, che hanno controllato le abitudini televisive di circa 200 bambini, in età compresa tra i 2 e i 7 anni, per un periodo di tre anni. Gli studiosi hanno rilevato che i piccoli che passavano alcune ore alla settimana a guardare programmi educativi, dopo tre anni ottenevano nei test i risultati migliori: erano più abili nel leggere, nella matematica, nell’uso delle parole e avevano una preparazione scolastica superiore rispetto ai bambini la cui visione di questi programmi veniva negata. Secondo il parere di Aletha Huston, del dipartimento di Ecologia Umana dell’Università del Texas, “questi risultati forniscono la prova certa che gli effetti legati all’uso della televisione dipendono dal genere di programma e dal suo contenuto. Solo i buoni programmi possono fornire benefici durevoli ai bambini di diverse fasce di età, ma certamente chi ne trae maggior utilità sono i bambini più piccoli, perché le abitudini televisive si formano soprattutto durante i primi anni di vita”.

Non a caso, secondo recenti statistiche, i bambini guardano i programmi educativi da 1 a 3 ore settimanali, a confronto di una media di 10-16 ore per i programmi destinati a un pubblico generale, e 5-8 ore per i cartoni animati. Questo, mi sento di dire, anche per la carenza di offerta dei primi rispetto agli altri. Sembrerebbe una contraddizione affermare ora, dopo tutte queste pagine, che la televisione può essere utile anziché nociva. Ma, alla fine, non è questo a cui mirano le critiche?

Rendere la televisione, in quanto elettrodomestico, uno strumento che ci faciliti la vita senza impoverirla, che sia governabile dagli uomini e insegni loro qualcosa che non sanno, come ai tempi dell’alfabetizzazione catodica di massa nell’Italia del dopoguerra?

È qui la chiave di risoluzione. Tv educativa se l’uomo sceglie (o ha la possibilità di scegliere) una trasmissione di qualità. Tv nefasta se il padrone del telecomando sceglie, invece, produzioni di scarsa qualità o se il telecomando sceglie per noi, quando un canale vale l’altro. Ed è qui che occorre, necessariamente, fare marcia indietro. Dire: ci dispiace, abbiamo sbagliato. Da oggi la televisione cambierà e restituiremo ai vostri bambini, se non la purezza, almeno la sensibilità, la capacità di commuoversi, di divertirsi, persino di piangere davanti allo schermo ma senza traumatizzare le loro piccole vite. Perché un bambino deviato dai normali meccanismi di crescita sarà a sua volta un adulto e poi un genitore disturbato, che non si accorge dei danni provocati dalla televisione e della violenza da essa amplificata. Già, amplificata. Perché non è tutto televisivo il malessere quotidiano, il male abita tanto nel piccolo schermo quanto nella vita reale. E si potrebbe anche tenerlo a bada se, al di qua delle immagini trasmesse e viste ad ogni ora dai più piccoli, ci fossero la famiglia e la scuola. Un assenteismo spesso dovuto ai sovraccarichi della vita moderna, ma anche all’incapacità di “pensare” una soluzione.

La riforma Moratti per la scuola vorrebbe, infatti, tenere i ragazzi più fuori che dentro le classi, scaricando di fatto il barile della loro educazione sulle famiglie, quando un tempo pieno potrebbe fornire una sorta di “vigilanza” al branco, prima (per evitarla) e dopo l’emulazione televisiva. Invece no: meno lezioni, più tempo libero. Ma per fare cosa? Non certo per passarlo con i genitori. Il doppio stipendio, di mamma e papà, è un’esigenza per molte famiglie, per garantirsi quel benessere che porta (anche) all’acquisto di un nuovo televisore. Con questo non voglio assolutamente dire che i genitori italiani non abbiano chiaro il problema, anzi. Riconoscere il problema è il primo passo verso la guarigione. E il cambiamento che l’Osservatorio sta cercando assomiglia più che altro ad una rivoluzione, di quelle che si fanno da dentro. Rimane un dato di fatto: la televisione e sviluppo parallelo di altre tecnologie, se mal gestite, costituiscono la ragione di fondo del mancato dialogo e, dunque, del mancato ascolto.

Antonio Marziale

Sociologo – Presidente del’Osservatorio sui Diritti dei Minori – Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria