Per un bambino assistere ai programmi televisivi è, nella nostra cultura, una delle attività quotidiane più normali, in termini di tempo trascorso, come può essere mangiare o andare a scuola: in molti casi le ore trascorse davanti alla TV nell’arco dell’anno superano quelle trascorse a scuola. Dai rapporti di ricerca si rileva che il 98% dei bambini italiani trascorre il proprio tempo libero davanti alla TV, in media quasi tre ore al giorno, tempo che è destinato ad aumentare nel passaggio dall’età prescolare a quella scolare. I nostri ragazzi trascorrono in un anno di fronte alla tv 1.100 ore, nelle aule scolastiche 800. Il livello qualitativo dell’offerta televisiva destinata ai minori è spesso carente sia per il valore qualitativo dei contenuti, cioè non favorisce lo sviluppo di un atteggiamento critico, sia per gli aspetti creativi, spesso assenti. E’ chiaro quindi che alla psicologia interessa anche analizzare le modalità con cui l’audience rielabora e comprende i significati proposti dai media, ma ancora di più quale sia l’implicazione psicologica nello sviluppo dei giovani fruitori.

Gli aspetti specificatamente linguistici nei programmi televisivi, per esempio, non sono in grado di contribuire, in generale, allo sviluppo delle competenze comunicativo- linguistiche, né tanto meno sono capaci di sostenere i meccanismi di comprensione ed elaborazione implicati nei processi cognitivi più complessi.

I risultati delle ricerche di Stern (1971) già avevano individuato un ruolo importante della televisione nell’appiattimento del livello di conoscenze condiviso dai piccoli fruitori: il rischio che ne consegue è che un eccesso di esposizione possa causare un sensibile peggioramento delle capacità cognitive generali. A tal proposito alcuni autori ritengono che la relazione sia di tipo positivo, ossia che la televisione possa costituire un fattore che facilita lo sviluppo di capacità fondamentali quali la scrittura e la lettura, ma gli effetti positivi prodotti dall’esposizione al mezzo televisivo sono in relazione con il grado di sviluppo già raggiunto: a parità di età, a beneficiare maggiormente della televisione sarebbero i bambini che già possiedono le maggiori capacità cognitive e le superiori conoscenze. Quindi, i soggetti inizialmente svantaggiati con l’esposizione alla televisione vedrebbero accrescere questa loro situazione in quanto in grado di beneficiare in misura minore delle possibilità di sviluppo offerte dal mezzo. Newman e Proda hanno trovato che la correlazione negativa tra visione televisiva e progressi nella lettura diventava via via più rilevante con il procedere della classe scolastica di appartenenza dei bambini. In quest’ottica, con il crescere dell’età e delle capacità possedute, la visione televisiva produrrebbe crescenti conseguenze negative.

Ecco che diventa importante considerare allora il ruolo che oggi la televisione riveste nella nostra società, studiandone gli effetti sia sullo sviluppo cognitivo che relazionale. Indiscutibilmente noi comprendiamo il mondo in cui viviamo attraverso sistemi di significato che sono forniti non solo dai media in generale, ma anche dalla Tv in particolare. Quest’ultima, soprattutto, ci consente di condividere strutture e contenuti attraverso i quali possiamo capire prima di tutto il nostro mondo, ma anche fornirci stimoli conoscitivi per avvicinarci ad esperienze e realtà che sono lontane da noi: possiamo condividere meglio, in tal modo, le caratteristiche dei gruppi in cui siamo inseriti, possiamo ottenere le informazioni che ci servono, o anche ritenere importanti quelle che in realtà non lo sono.

Quando il pubblico non è di adulti, però, ci sono delle differenze sulle quali è doveroso riflettere.
Non dobbiamo infatti mai dimenticare, per esempio, che un consumo massiccio di TV toglie al bambino la possibilità di fare esperienze con i pari in contesti di piccolo gruppo. L’occasione non può essere solo il tempo-scuola, ma anche le attività meno strutturate quali il gioco, gli incontri occasionali, i momenti di svago sportivo. Se si paragona il modo di vivere di un bambino di quarant’anni fa con quello di un bambino di oggi è immediato cogliere quanto la “scatola magica” abbia modificato i ritmi di vita. I bambini allora giocavano all’aperto, nei cortili, nelle strade, nelle piazze e nei parchi pubblici. La cultura dominante dei bambini era quella del gioco, trasmessa tra loro stessi in modo spontaneo. Oggi per i bambini è diventato più difficile trovare compagni di gioco disponibili, ossia bambini liberi da “impegni” come lezioni di musica, ginnastica o immersi in qualche programma televisivo in grado di catturare la loro attenzione al punto di diventare appuntamento impedibile e irrinunciabile. La loro giornata risulta spesso scandita dal menù televisivo quotidiano e, il più delle volte, i giochi sono imitazioni di quello visto in Tv, o, peggio ancora, giochi messi in vendita da case produttrici che sfruttano i modelli dei cartoni più gettonati.

Un’altra riflessione sullo sviluppo cognitivo è essere motivata dal fatto che la nostra società si caratterizza, rispetto al passato, poiché in essa la scrittura non costituisce più l’unico canale di comunicazione, né è quello privilegiato per trasmettere le conoscenze. Spini sostiene che il minore sia per natura un visivo, quindi facilmente attratto dalle immagini, in particolare se in movimento e colorate; il tutto è facilitato dal fatto che il bambino, di fronte allo schermo ha l’impressione di capire il significato pieno delle immagini, senza apparente fatica, al contrario invece della difficoltà a decodificare un messaggio verbale, soprattutto se è stampato. La televisione è un mezzo facile: a differenza della lettura, l’assistere ad un programma televisivo non richiede un particolare sforzo cognitivo (quindi l’apprendimento consistente che si può ottenere con la lettura di un libro non si avrebbe con la semplice visione). Anche scuola e famiglia non rappresentano più le agenzie più importanti in questo processo, ma sin dall’inizio della propria vita, il bambino è subito immerso in un contesto in cui l’ oralità secondaria (Ong, 1982) rappresenta il canale privilegiato: essa è costituita dal bombardamento di informazioni, non testuali, in cui prevalgono aspetti legati ai suoni e alle immagini.

Per questo l’Italia si sta avvicinando a rapidi passi alla media americana: Oliverio Ferraris, con la tecnica del diario (una delle migliori e più precise), ha rilevato in ragazzi fra i 7 e gli 11 anni una media di 3 ore e mezza trascorse davanti alla tv nel giorno precedente all’intervista.

Quando c’è sovraesposizione le ricerche dimostrano la possibilità di conseguire una serie di danni: dalla diminuzione dell’attenzione e delle capacità di lettura, alla perdita delle relazioni tradizionali e dei loro valori, all’aumento del comportamento aggressivo e nello stesso tempo della passività e della dipendenza.

Un dato sembra certo: le prossime saranno generazioni di ascoltatori piuttosto che di lettori, abituati sin dalla più tenera età all’esperienza emotiva e sempre più coinvolgente delle immagini e dei suoni, consumatori assidui dei multi-tasking media.
Per comprendere davvero come e cosa stia cambiando, è necessario allora confrontare, prima di tutto, tra loro i due modelli di informazione: quello che utilizza il testo scritto è digitale, sequenziale, riflessivo poiché privilegia l’esercizio del pensiero riflessivo. L’attivazione reiterata di questi processi cognitivi favorisce lo sviluppo prima del metalinguaggio, e poi l’accesso alla metacognizione. Nella televisione, invece, è privilegiato un modello di comunicazione analogico, parallelo, in cui gli aspetti emotivi indirizzano e anticipano i processi di comprensione, con il risultato di limitare le possibili interpretazioni all’interno di uno schema che privilegia gli aspetti empatici e percettivi.

Ma questi aspetti non sono condivisi dalla maggior parte delle persone, quanto piuttosto da pochi esperti del settore che, ad una voce come Cassandra, cercano di sensibilizzare istituzioni e famiglie in apparenza sorde.
Un aspetto specifico e importante non può più essere misconosciuto, quello che riguarda il ruolo della Tv nei processi imitativi. L’idea che i bambini possano essere in pericolo quando esposti senza difesa alla forza dei meccanismi di imitazione indotti dagli spettacoli televisivi, in particolare quelli violenti, è un’idea che ha lontane radici, fondate anche su una concezione tradizionale dell’apprendimento.

Gli esperimenti di Bandura sui processi imitativi hanno rafforzato questa idea, soprattutto dopo aver osservato i comportamenti imitativi di bambini esposti ad un filmato violento. Bandura osserva che si possono distinguere tre processi fondamentali nell’apprendimento per osservazione:

  • acquisizione: l’osservazione può arricchire il repertorio comportamentale del soggetto di nuove azioni, in precedenza non presenti e non pensate, che vengono percepite e memorizzate e divengono quindi disponibili (anche se l’attenzione gioca un ruolo fondamentale in tale processo)
  • esecuzione o “performance”: si tratta della messa in atto del comportamento divenuto disponibile; essa dipende dalla memorizzazione e ripetizione mentale della sequenza, dal precedente possesso di abilità e sequenze di azione eventualmente implicate in quella nuova, dalla consonanza con bisogni e aspettative personali
  • mantenimento: riguarda i requisiti necessari per il consolidamento dell’azione come modalità comportamentale stabile e richiede la presenza di condizioni motivanti quale la possibilità di identificarsi nel modello osservato.

Oltre alla Teoria dell’apprendimento per imitazione di Bandura, in cui l’osservazione del comportamento di un altro (che costituisce un “modello”) esercita un’influenza sul comportamento successivo di chi osserva, un’altra teoria, nota come “arousal theory” o teoria dell’attivazione, spiega che il meccanismo centrale, stimolato dall’assistere a spettacoli violenti, è rappresentato dall’ attivazione ed eccitazione fisiologica conseguente all’esposizione favorendo l’insorgere di reazioni aggressive. La teoria della disinibizione spiega come avvenga l’ allentamento dei meccanismi inibitori in presenza di indicazioni che giustificano l’atto violento. La teoria dell’identificazione sostiene l’esistenza di forme di identificazione primarie che implicano la riduzione della distanza tra sé e l’oggetto di identificazione, fino a raggiungere il suo annullamento in una condizione di “fusione” . La teoria catartica ipotizza che assistere ad uno spettacolo violento possa costituire una soddisfazione sostitutiva e simbolica delle pulsioni aggressive già presenti in chi guarda, anche se non in forma cosciente, permettendo loro di esprimersi in tale forma indiretta anziché attraverso azioni concrete. La teoria della modificazione della percezione della realtà (“cultivation effect” di Gerbner) sostiene che un elevato consumo di televisione, in particolare di programmi violenti, porta ad una estensione della percezione di violenza, sviluppando nello spettatore una visione negativa e minacciosa del mondo ed una tendenza a percepire indici di minaccia anche in condizioni di neutralità. Un’ultima teoria, detta della desensibilizzazione, infine, ci spiega la riduzione di reattività di fronte alla violenza nella vita reale a seguito di meccanismi di assuefazione che, a loro volta, inducono ad un innalzamento della soglia di attenzione.

Una sola prospettiva teorica, al momento, non sembra essere capace di rendere conto della complessità dei fenomeni osservati, né è possibile proporre un unico modello causale esplicativo. Resta inoltre da capire perché in alcune situazioni essi si manifestano con maggiore intensità e quali possono essere quindi i fattori potenzialmente più critici.

Le questioni aperte

La violenza è stata definita come l’espressione manifesta di forza fisica che costringe ad azioni contro la propria volontà sotto pena di essere colpito od ucciso, oppure l’essere effettivamente colpito o ucciso (Gerbner e Gross, 1976).
Se vogliamo definire ciò che può essere considerato come “violenza” negli spettacoli televisivi possiamo far riferimento alla definizione fornita da Kunkel e altri (1995) che la considerano come palese illustrazione di una credibile minaccia di forza fisica o uso reale di tale forza intenzionalmente finalizzata a danneggiare fisicamente un essere animato o un gruppo di esseri animati, e possiamo ipotizzare tre tipi principali di rappresentazioni di violenza:

a) le minacce credibili di violenza,
b) i comportamenti violenti diretti
c) le conseguenze fisiche delle azioni violente.” (Kunkel et al., 1995) che, a loro volta, si inseriscono in differenti livelli di rappresentazione:

  • livello di realtà: se si tratta di finzione o rappresentazione di episodi reali
  • tipo di identificazione sollecitato: in particolare con la vittima o con l’aggressore
  • livello di gratuità o giustificazione: quanto la vicenda narrativa nel suo insieme
  • faccia apparire giustificate le azioni
  • crudezza della rappresentazione: ostentazione di scene orripilanti o semplice
  • evocazione indiretta o allusiva di situazioni violente.

La violenza in tv: quali gli effetti

Le ricerche hanno messo in evidenza numerosi effetti negativi derivanti dall’assistere a spettacoli violenti, fra cui i principali appaiono l’aumentata accettazione della violenza come mezzo appropriato per la risoluzione dei conflitti; la desensibilizzazione ai danni e alle sofferenze sperimentate dalle vittime della violenza, un aumento della propensione al comportamento aggressivo ed infine una distorsione della rappresentazione della realtà sociale vista come minacciosa, pericolosa, in cui la violenza è continuamente rappresentata.

Considerando, alla luce di questa classificazione, la molteplicità dei possibili effetti possiamo comprendere perché la diffusione dei media (fra cui la televisione è tuttora il più pervasivo, ma non certo l’unico) costituisce una sfida alle modalità educative tradizionali. E’ chiaro che il problema non è rappresentato solo nell’induzione di fenomeni imitativi, ma piuttosto questi aspetti rientrano in processi più complessi, che possono anche limitare la capacità di giudizio sulle azioni.

In quest’ottica, allora, il nucleo critico può essere indicato nel ricorso alla giustificazione della violenza attraverso i meccanismi noti del “moral disengagement”. Questi meccanismi rappresentano un importante ostacolo allo sviluppo dei processi di ragionamento morale, che sono correlati anche alla diminuzione delle occasioni di interazione personale diretta con figure autorevoli.

Le molteplici rappresentazioni, che vengono costruite a partire da un egual stimolo, (o con una serie di immagini) rappresentano anche il nucleo centrale della difficoltà che la comunità scientifica ha dovuto affrontare in questi anni quando ha cercato di comprendere meglio i rapporti che possono legare tra loro visione di spettacoli violenti e comportamenti aggressivi. La questione si complica ulteriormente quando si vogliono esplorare, quindi dimostrare, quali siano gli effetti a lungo termine.

Anche se spesso è stata riscontrata una correlazione positiva fra esposizione duratura a spettacoli violenti e aggressività, il problema che si pone ai ricercatori è duplice: discriminare i comportamenti correlati alla visione di spettacoli violenti e distinguerli in relazione al rapporto causale.

Nella ricerca quindi dobbiamo distinguere tra l’effetto che ha l’assistere alla violenza nell’indurre al comportamento aggressivo e la preferenza che manifestano i soggetti aggressivi per i programmi televisivi violenti.
E’ chiaro poi che, in seconda battuta, una variabile interveniente importante in entrambi i casi è rappresentata dalla possibile ed auspicabile mediazione degli adulti, come per esempio nel caso del wrestling, ma su questo specifico aspetto torneremo dopo.

Che cosa ci può dire oggi la ricerca? Ci dice, prima di tutto, che la violenza in tv ha sicuramente degli effetti. Vi è tuttora una contrapposizione tra chi sostiene che i dati mostrano chiaramente la dannosità dell’assistere a scene di violenza (i più numerosi, di cui Berkowitz ed Eron sono forse i più eminenti), e chi sostiene invece che i dati non sono a tutt’oggi sufficientemente dimostrativi (in particolare Freedman).

Gli studi di meta-analisi1 di Paik e Comstock (1994), hanno evidenziato una correlazione positiva e significativa fra assistere alla violenza televisiva e comportamento aggressivo, con effetti specifici che variavano in relazione ai diversi e molteplici aspetti considerati. La convergenza di tanti risultati ci sembra essere molto più di un semplice indizio…

La violenza in tv: le mediazioni

I contrasti interpretativi riguardo gli effetti della rappresentazione della violenza in tv hanno portato a studiare l’effetto di singoli aspetti e di diverse variabili di mediazione, al di là di un effetto globale della “violenza”.
Si è così osservato che negli adolescenti vedere la violenza conta meno, come fattore causale, del fatto che piaccia vederla, o che, in giovani adulti, la preferenza per programmi televisivi violenti è assai poco legata alla propensione al comportamento aggressivo, quando si controllino i fattori di sesso, status, istruzione ed origine etnica.

Ne deriva la necessità di non parlare più di violenza in termini indifferenziati, ma di esaminare diversi aspetti di essa (notizia, impatto visivo, tipo di giustificazione, caratteristica del modello, approvazione sociale del modello…) e le modalità “cognitive” di interpretazione, comprensione e valutazione di quanto è stato presentato.

Le mediazioni: aspetti empatici

La Tv comunica con linguaggi che sollecitano canali sensoriali in modo molto più esteso rispetto a quelli coinvolti nella lettura. La Tv consente una partecipazione empatica del mondo più che la sua comprensione: le immagini e i commenti scivolano addosso allo spettatore e non vengono spesso neppure elaborati a livello di comprensione.

Lo studio dei processi psicologici implicati nella visione massiccia di spettacoli televisivi violenti indica quale punto centrale la rappresentazione del dolore della vittima. L’empatia, infatti, è il primo inibitore della violenza, impedisce il dislocamento della responsabilità e quindi è freno importante dei meccanismi di disengagement (Bandura, 1988, 1986…..), quali la diffusione e il dislocamento della responsabilità, la distorsione degli effetti, la deumanizzazione e la colpevolizzazione della vittima. Questi meccanismi sembrano essere centrali anche nell’uso illegale della rete, fino al terrorismo informatico.

Le mediazioni: aspetti cognitivi

Le ricerche hanno identificato la centralità del ruolo delle aspettative, delle strategie e delle capacità di interpretazione del messaggio. Per esempio, la semplice consapevolezza che un episodio aggressivo visto in TV è soltanto rappresentato e non reale sembra essere in grado di indurre un minor livello di aggressività nel periodo successivo alla visione del programma.

Ecco allora che anche le aspettative possono essere il risultato di riflessioni, possono essere indotte, modificate, arricchite dalle discussioni con gli amici, possono essere influenzate sia dalle letture che dalle reazioni degli altri (o dei genitori) a spettacoli analoghi visti in passato, una sorta di esperienza vicariante che viene assunta come centrale anche dal soggetto più giovane.

Le mediazioni: perché parlare di altri significativi

Un’importante fonte di mediazione sulle reazioni dei bambini è rappresentato dall’atteggiamento dei genitori verso la violenza in generale e da quello manifestato dagli adulti significativi (genitori, insegnanti, educatori, ecc.) e dai pari nei confronti dei contenuti televisivi anche rispetto agli spettacoli con contenuti violenti.

La televisione funziona essa stessa da mediatore delle regole sociali: ad esempio, la rappresentazione televisiva della violenza ha un peso rilevante nella comprensione dei meccanismi sociali ad essa correlati concernenti il crimine e il suo trattamento nella nostra società.

Come per gli aspetti più generali dello sviluppo sociale e cognitivo, le possibili influenze della televisione sullo sviluppo vanno studiate in un complesso sistema di fattori. Di questo sistema fanno parte variabili di ordine culturale più ampio, le tecnologie dei media, le condizioni della famiglia e delle istituzioni educative per i bambini e gli adolescenti, oltre alle differenze individuali, all’età e alle condizioni specifiche della fruizione televisiva. L’idea che la televisione svolga un ruolo di “cattiva maestra” semplicemente attraverso i messaggi “diseducativi” che propone a bambini e adolescenti è quanto meno riduttiva.

La tv e i bambini

Vi è oggi ormai un’amplissima scorta di studi sugli effetti dei media, ed in particolare degli spettacoli violenti da essi trasmessi, sullo sviluppo dei bambini e degli adolescenti; ma su una serie di punti cruciali le ricerche tradizionali hanno fatto poca luce, e si indagano oggi ancora problemi essenziali.

Cosa sappiamo effettivamente delle modalità con cui i bambini decodificano ed interpretano quello che vedono alla TV? I bambini sono sottoposti ad un elevatissimo numero di spettacoli violenti in TV.

Anche la presenza di cosiddette “fasce protette” non risolve il problema: sia perché i bambini vedono la TV anche in altre fasce (in particolare, in prima serata, per un totale medio di oltre 3 ore al giorno), sia perché anche nelle fasce protette passano numerosi episodi critici, specie nei promo e nella pubblicità (anche quella rivolta ai bambini).

Una serie di dati ci fa vedere alcuni problemi con occhi nuovi.
Ad esempio, ora sappiamo che nei bambini molto giovani è la quantità totale di televisione vista ad avere relazione con variabili socio-cognitive come lo sviluppo del giudizio morale, piuttosto che tipi specifici di spettacoli, da considerare particolarmente deleteri, o che gli effetti della violenza televisiva in età successiva dipendono in modo centrale da fattori personali e contestuali, come l’atteggiamento dei genitori verso la violenza e la TV violenta. I bambini di età scolare sono massimamente colpiti dagli eventi violenti dell’informazione, ma ciò accade nonostante che gli eventi narrati nelle trasmissioni informative siano di solito peggio compresi rispetto a quelli della fiction in quanto esposti in modo più frammentario e con un più debole collegamento fra i canali visivo e uditivo.
Per quanto un forte consumo di televisione costituisca un possibile fattore di rischio per una vasta gamma di problemi di salute e difficoltà psicosociali in preadolescenza il ruolo della televisione sullo sviluppo etico-sociale non può essere visto solo in chiave negativa. La televisione di qualità può avere anche diversi vantaggi sul pubblico dei minori. Il primo vantaggio riguarda la comunicazione di informazione, ossia lo strumento televisivo si rivela molto efficace per insegnare ciò che accade nel pianeta, e usi e costumi di altri popoli, storia e geografia, così come certe nozioni di medicina, biologia o antropologia, possono essere comprese rapidamente attraverso filmati ben strutturati. Il secondo vantaggio è possibile ottenerlo dai programmi che affrontano argomenti dolorosi, come la morte o il divorzio. Questi possono rivelarsi d’aiuto ai minori per capire i loro sentimenti qualora siano stati toccati da eventi del genere. Anche i genitori possono trarre da tali trasmissioni utili spunti per parlare della sfera sentimentale del minore. Altri programmi interessanti, sotto questo punto di vista, sono gli show che promuovono valori sociali positivi come l’amicizia, la compassione, la generosità. Questi ultimi possono favorire lo sviluppo morale del bambino. Il terzo vantaggio è l’insegnamento alla soluzione dei problemi. Guardando programmi in cui i protagonisti devono impegnarsi in situazioni complesse e fare delle scelte, li spettatori imparano a considerare la realtà su vari risvolti e a cercare soluzioni originali. Altri programmi di qualità sono quelli che non schematizzano o stereotipizzano uomini o donne; questi aiutano i più piccoli e gli adolescenti a capire le loro potenzialità e ciò che potrebbero diventare nel futuro.
Il grado e i modi in cui è possibile fruire delle funzioni positive dei media varia però molto non solo in rapporto a fattori di ordine sociofamiliare (spesso il bambino che trascorre molte ore davanti allo strumento televisivo vive in quartieri privi di spazio all’aperto dove giocare, ecco quindi emergere un fattore che giustifica la propensione della famiglia a lasciare i propri figli davanti alla televisione piuttosto che indirizzarli verso altre attività) , ma anche agli stili dei linguaggi televisivi usati nei diversi programmi: ad es. la prevalenza di ritmi serrati, con un forte predominare dell’azione e di stimoli eccitativi, l’impossibilità di regolare un tempo di riflessione (che è al contrario un aspetto centrale nei confronti dei testi scritti).

La tv è ladra di tempo

La tv deruba i bambini di ore preziose, essenziali per imparare qualcosa sul mondo e sul posto che ciascuno vi occupa.
Quando i bambini la guardano ininterrottamente per ore non fanno altre cose che, sul lungo periodo, possono essere importanti per il loro sviluppo psicologico, per es. la LETTURA, attività invece molto importante per lo sviluppo del pensiero riflessivo e competenze comunicativo-linguistiche, come abbiamo visto in precedenza.

Il contenuto dei programmi e della pubblicità influenza profondamente atteggiamenti, credenze ed azioni dei bambini, e conseguentemente anche le loro capacità di comprensione e interpretazione del fenomeno in oggetto e della realtà più in generale.
La televisione è uno strumento in grado di fare concorrenza alla scuola e alla famiglia, dal punto di vista della educazione e della socializzazione, e troppo spesso viene considerata una comoda e sempre disponibile sostituta dei due più importanti agenti del processo educativo. Se la televisione conquista sempre più spazio nella vita delle persone è perché contemporaneamente la famiglia, la scuola e le agenzie di socializzazione sono spesso entrate in crisi o hanno accolto con troppa disponibilità le potenzialità di un mezzo che, rappresentando la realtà in modo così completo, sembra possa sostituirla, aiutando a trovare i pezzi che mancano per rispondere continuamente al bisogno di costruire e ricostruire l’identità.

Nella prospettiva della “cultivation theory” di Gerbner, il mezzo televisivo viene considerato il principale “costruttore” di immagini e di rappresentazioni della realtà sociale. I bambini nati nell’era della televisione crescono guardandola fin da piccoli molte ore al giorno e, data la loro limitata esperienza diretta della realtà e le loro scarse conoscenze sul mondo, sono condizionati ancora più degli adulti dalla realtà filtrata attraverso i programmi televisivi. Il cambiamento introdotto dal nascere e vivere con la televisione rispetto alle epoche precedenti è tale da portare a considerarla come un’agenzia di socializzazione in competizione con le agenzie tradizionali della famiglia, della scuola, della chiesa e del gruppo dei pari, se non a ritenerla predominante, in quanto più affascinante e divertente. La Tv è diventata la principale narratrice dei fatti della vita e del mondo.

La violenza in tv: gli interventi

La violenza è parte fondamentale delle realtà sociale.

Riesce a catturare l’attenzione in quanto violazione di normalità, produce spettacolo in quanto legata ad azione, movimento ed emozioni forti.
Appare quindi cruciale acquisire un maggior controllo dal punto di vista cognitivo piuttosto che negarla completamente, ad esempio regolando e selezionando gli spettacoli attraverso il controllo dei genitori, di associazioni, authority, V-chip, sviluppando quindi le capacità interne di controllo cognitivo ed emozionale sulle rappresentazioni televisive: tra queste, il controllo della “distanza” emozionale, il controllo del livello di realtà (attenzione all’informazione reale, alla fiction verosimile, ecc.) e il progressivo superamento dei processi di ipersemplificazione.

Occorre anche differenziare gli effetti di impatto (reazioni di ansia, coinvolgimento emozionale) rispetto ai veri effetti critici, ricordando che:

• l’impatto è massimo per situazioni ad alto livello di verosimiglianza e di identificazione

• gli effetti più importanti sono invece quelli che impediscono la riflessione metacognitiva.

È necessario, prima di tutto, prendere coscienza del problema per poterlo affrontare in modo consapevole e risolverlo. Si può iniziare ad esempio adottando alcuni accorgimenti concreti, sia da parte della famiglia che da parte della scuola, al fine di stabilire una alleanza educativa tra le due.

Si possono poi tracciare alcune regole per stabilire un rapporto equilibrato nella fruizione della televisione, per migliorarne il consumo nell’infanzia: ricordiamo sempre che la Tv non deve diventare quello che è stato più volte chiamato provocatoriamente il “terzo genitore”. Infine deve essere obiettivo condiviso quello di limitare gli effetti negativi che si associano all’abuso televisivo, tra i quali non possiamo dimenticare un generale atteggiamento passivo, un pensiero povero, ipersemplificato, ma anche l’obesità, la propensione ad imitare modelli inadeguati e le fobie di eventi catastrofici.

Alcuni consigli pratici:

• Limitare la dose massima di esposizione giornaliera televisiva a 2-3 ore (chi guarda più Tv è anche chi ha meno esperienze ottimali nel corso della giornata)

• Aiutare i bambini a scegliere i programmi televisivi (un modo per andare incontro alle loro esigenze, ma con una certa mediazione)

• Guardare la televisione insieme ai bambini: la presenza e l’intervento degli adulti, mentre i bambini guardano il programma, consente di aumentare il grado di attenzione e di impegno rivolto al programma stesso, rendendo di conseguenza più probabile l’acquisizione di conoscenze e lo sviluppo di capacità.

Parlare con i bambini dei programmi televisivi che li interessano ed ascoltare e sollecitare i loro commenti (spesso i bambini hanno la necessità di commentare ciò che vedono e non capiscono, che magari li stupisce o li spaventa. L’adulto può aiutare a comprendere meglio ciò che è trasmesso, contestualizzando fatti e sequenze)

• Evitare che i bambini vedano la televisione fino al momento di andare a dormire (specialmente se si tratta di programmi particolarmente emozionanti)

• Evitare che il televisore sia acceso durante le ore dei pasti (un classico consiglio da mediare da contesto a contesto. Se è vero che in molte situazioni il pranzo e la cena costituiscono gli unici momenti significativi per la condivisione quotidiana della famiglia e allora è meglio che il televisore sia spento, ci possono essere casi in cui i tempi sono più rilassati e forse il telegiornale può accompagnare il pasto, soprattutto se diventa occasione di scambio e confronto tra genitori e figli su eventi di cronaca, certo non con i bambini troppo piccoli)

• Evitare di utilizzare il televisore come Baby-sitter

• Non privare della televisione come castigo (perché è un ottimo modo per darle un’importanza che non merita)

• Scoraggiare l’utilizzo del telecomando per realizzare un “multiprogramma”

• Evitare che i bambini facciano i compiti seguendo la televisione

• Evitare che dispongano di un televisore in camera da letto (non è un oggetto così utile e che un minore possa e debba gestire in solitudine. Il televisore in camera certo evita i conflitti sulle scelte e forse dà qualche libertà in più ai genitori, ma incentiva la teledipendenza)

• Tener presenti gli aspetti sanitari del rapporto con la televisione (una Tv guardata male, cioè troppo ravvicinata, arricchita da merendine e dolcetti vari, a notte fonda o al mattino presto, può provocare mal di testa, bruciore agli occhi, tendenza all’obesità, problemi alla colonna vertebrale, difficoltà di concentrazione, disturbi al sonno).

• Utilizzare il videoregistratore per regolare il consumo televisivo (questo può essere un buon suggerimento, in particolare per i bambini dei primi anni delle elementari; tale accorgimento consente da un lato il controllo sui contenuti e dall’altro impedisce il bombardamento pubblicitario in una fase evolutiva nella quale ancora la differenza tra programma e spot non è del tutto chiara. Inoltre la videoregistrazione permette di differire la visione negli orari più adatti nella giornata del bambino: la Tv va adattata ai ritmi quotidiani e non viceversa)

• Evitare la Tv il mattino presto, prima della scuola (tra le poche certezze della ricerca c’è che si registra un deciso calo di attenzione nelle prime ore in classe nei soggetti che fanno colazione o si alzano con la Tv già accesa; non è il caso di rendere ancora più faticose le mattinate dei nostri bambini!)

Conclusioni

I media modificano le condizioni tradizionali di socializzazione, con effetti sul piano degli atteggiamenti e su quello dei processi cognitivi, come la maggiore rilevanza dei modelli di azione rispetto alla riflessione verbale. E’ necessario acquisire e sostenere lo sviluppo delle strategie metacognitive, sia per la comprensione che la riflessione, migliorando la selezione delle informazioni e di controllo sulle reazioni emotive.

L’uso eccessivo del piccolo schermo induce il bambino ad estraniarsi dall’ambiente fisico e sociale e dalle sfide dello sviluppo che questi contesti propongono.
Inoltre, la troppa tv rende poco chiari i confini tra realtà e produzione fantastica, inducendolo il bambino ad atteggiamenti passivi, propone troppo spesso modelli negativi di comportamento e limitando lo sviluppo delle capacità di concentrazione, argomentazione e riflessione autonoma. Il rischio è quindi quello di un impoverimento di esperienze dirette di confronto con la realtà, a vantaggio del proliferare delle attività di conoscenza della realtà mediate dai mezzi di comunicazione di massa, un processo che frequentemente tende a generare la confusione tra realtà virtuale e realtà concreta.

Maria Assunta Zanetti, Daniela Miazza

Dipartimento di Psicologia, Università di Pavia

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