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La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti

La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
Soprattutto, il documento istituisce un Tavolo permanente (Art. 9) composto dai rappresentanti dei tre firmatari strumento di monitoraggio periodico sull’attuazione dei punti previsti della Carta, promuovendo la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non e favorendo lo scambio delle buone prassi a livello nazionale e internazionale.

Sono 9 gli articoli che nell’interesse superiore del bambino stabiliscono, a secondo gli organi preposti e le relative competenze, questioni come:
1. le decisioni e le prassi da adottare in materia di ordinanze, sentenze ed esecuzione della pena (Art. 1);
2. le visite dei minorenni all’interno degli Istituti penitenziari (Art. 2);
3. gli altri tipi di rapporto con il genitore detenuto (Art. 3);
4. la formazione del personale dell’Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile (Art. 4);
5. le informazioni, l’assistenza e la guida dei minorenni figli di genitori detenuti (Art. 5);
6. la raccolta dei dati che forniscano informazioni sui figli dei genitori detenuti, per rendere migliori l’accoglienza e le visite negli Istituti penitenziari (Art.6);
7. la permeanza, in casi eccezionali, in carcere dei bambini qualora per il genitore non fosse possibile applicare misure alternative alla detenzione (Art. 7).
8. Istituzione di un Tavolo permanente:
E’ istituito un Tavolo permanente, composto da rappresentanti del Ministero della Giustizia, dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e dell’Associazione Bambinisenzasbarre Onlus, trimestralmente convocato dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, che:
1. Svolgerà un monitoraggio periodico sull’attuazione del presente Protocollo;
2. Promuoverà la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non, a diverso titolo coinvolti, con particolare attenzione alla fase dell’arresto, così come all’informazione e alla sensibilizzazione del personale scolastico che opera in contatto con minorenni figli di genitori detenuti;
3. Favorirà lo scambio delle buone prassi, delle analisi e delle proposte a livello nazionale ed europeo.

Sono oltre due milioni nei Paesi del Consiglio d’Europa i bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà detenuto. L’incontro avviene in un luogo estraneo e per loro potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono fatti per i bambini.

“La sfida è riuscire a intervenire sulle pratiche di accoglienza e di cura del carcere. La presenza dei bambini in carcere è paradossale quindi radicale nella sua richiesta di normalità e di riconoscimento dei propri bisogni diventati diritti. E questo deve avere una ricaduta positiva per tutti: i bambini stessi ma anche i genitori detenuti, agenti e operatori e, infine, per la collettività” afferma Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre.

Il Protocollo rende i bambini che entrano in carcere visibili, tutelando il loro diritto a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto e cercando di superare le barriere legate al pregiudizio e alla discriminazione all’interno della società. Tra gli aspetti disciplinati dal Protocollo ci sono le visite all’interno degli istituti, la formazione del personale e l’istituzione di un Tavolo permanente che effettuerà un monitoraggio sull’applicazione del Protocollo avvalendosi anche della rete delle ONG sul territorio.

Un lavoro questo fondamentale perché la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti sia un reale mezzo di trasformazione. Dalla firma nel 2014 e ora con il rinnovo del settembre 2016, il Protocollo è stato ed è uno strumento centrale per intervenire sulle pratiche, ma tanto resta ancora da fare.

Oggi è forse più importante di due anni fa, nel 2014, quando fu firmato per la prima volta il Protocollo – quello che chiamiamo “La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti ”. È più importante perché abbiamo sperimentato la forza di questa carta e le sue potenzialità. È rinnovata senza cambiamenti significativi perché era già il risultato di un lungo lavoro di preparazione e soprattutto due anni non sono sufficienti perché le cose cambino in un sistema totale come il carcere, ma dove per molte ragioni che conosciamo, l’accelerazione è in atto e questo rinnovo lo incalzerà.

La questione centrale del Protocollo è quella di mettere in evidenza “la priorità del benessere del bambino” (art. 3 della Convenzione Onu). Una questione che, soprattutto in ambito penitenziario, non deve mettere in conflitto i diritti degli adulti con quelli dei bambini, ma al contrario può contribuire paradossalmente a rispettare meglio quelli degli adulti se partiamo da quelli dei bambini.
Questo è il tema centrale che il Protocollo presenta, un tema culturale difficile che prevede una trasformazione di valori profonda che potrebbe non solo cambiare il carcere ma avere una importante ricaduta sociale, in una prospettiva di comunità solidale e inclusiva In questo il carcere rappresenta un passaggio cruciale essendo il nodo estremo di una società che si deve trasformare, soprattutto se solo pensiamo all’azione di prevenzione nell’investimento sull’infanzia.

La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti tutela 100mila bambini le cui relazioni affettive con i propri genitori passano attraverso il carcere,il luogo che frequentano per incontrarli e per mantenere il loro legame genitoriale. Una frequentazione per fortuna solo “periodica” e temporanea, che diventa invece di vita per i circa 40 bambini che sono in carcere con la madre a cui è dedicato l’art. 8 della Carta e una specifica legge (62 del 2011-2014).

I bambini in visita in carcere hanno come prima percezione, potenzialmente traumatica, il farli sentire come invisibili, invece di gestire la loro presenza con procedure che li rispettino totalmente. Per loro c’è la perquisizione, la spoliazione di ogni oggetto personale, che per i bambini può essere particolarmente difficile, le richieste rivolte agli adulti come se i bambini non fossero presenti e gli eventuali rimproveri se tali richieste non sono eseguite nei tempi e nei modi prescritti. La loro percezione è anche legata alla presenza degli agenti, dalla loro divisa, dalla fondina percepita piena anche se è vuota…
Si potrebbe pensare che allora sia meglio per i bambini non frequentare il carcere, ma sarebbe una semplificazione e una falsa protezione, che dobbiamo contrastare, attivando interventi di protezione specifici.

Il carcere pur essendo un luogo che i bambini sentono estraneo, minaccioso e potenzialmente traumatico è un luogo che devono necessariamente frequentare per mantenere il legame con il proprio genitore, un legame fondamentale per la loro crescita e per la loro struttura psico-affettiva. Un legame che si fonda sugli aspetti affettivi della relazione che rimangono intatti e non sono legati al reato commesso dal genitore ed alla rispettiva colpa. Il padre o la madre in carcere continuano ad amare il figlio e viceversa.

Inoltre, la separazione dal genitore è un’esperienza importante che fa parte della crescita di ogni individuo per acquisire autonomia, ma se questa separazione, dal genitore recluso, diventa una rottura improvvisa e non accompagnata da parole che la spieghino, allora produce una separazione traumatica che impedisce al normale processo di crescita uno sviluppo equilibrato.
Il sistema penitenziario deve, quindi, rispondere alla necessità di accogliere adeguatamente questi minori attivando interventi di protezione e di prevenzione sociale rispettando le raccomandazioni della Convenzione ONU dell’Infanzia e dell’Adolescenza, in particolare gli artt. 3, 9 e 12 e la recente Carta dei figli di genitori detenuti – Protocollo d’intesa del 21 marzo 2014.

Con una “separazione accompagnata”, invece, è possibile ridurre il rischio di esporre il minore a un’esperienza di grave disagio psico-sociale e la visita in carcere può diventare anche un incontro con la legalità, se passa attraverso un’esperienza di rispetto della persona e dei suoi diritti umani. Se invece il bambino si sente non trattato adeguatamente viene meno la possibilità di offrirgli l’occasione di poter fare una scelta di stile di vita diverso da quello che ha portato il genitore in carcere. Di conseguenza il bambino può innescare un’alleanza con la scelta deviante del proprio genitore, assunta come protesta verso un trattamento ingiusto subito che lo assimila alla colpa del genitore detenuto per il solo fatto di esserne figlio.

I bisogni, appena descritti, dei bambini che entrano in carcere sono diventati con il passato Protocollo, oggi rinnovato, i loro diritti. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti. ha dato i suoi risultati, non c’è dubbio. Dai dati – che sono stati raccolti dal Ministero di Giustizia e che abbiamo rielaborato mettendoli a confronto con la ricerca europea del 2011 aggiornata al 2013 – emerge che l’attenzione all’adeguamento degli spazi è presente ed è importante, ma per far capire quello che ancora è necessario fare potremmo provocatoriamente dire che se anche tutte le carceri avessero spazi di accoglienza e di colloquio adeguati per i bambini saremmo solo al primo traguardo.
In realtà infatti la situazione è più complessa. Riteniamo prioritario “quello che si vede meno rispetto a quello che si vede di più” e cioè il dato della formazione della polizia penitenziaria i cui agenti, loro malgrado, sono chiamati ad accogliere i bambini e di diventare educatori per coniugare la sicurezza alla qualità della visita. Una questione che non deve mettere in conflitto i diritti degli adulti con quelli dei bambini, ma al contrario può contribuire a qualificare meglio quelli degli adulti se partiamo da quelli dei bambini.

Volevo aggiungere che i firmatari del Protocollo presenti a questo tavolo, hanno risposto a un Bando europeo, di cui stiamo aspettando l’esito, che permetterà di avviare una prima fase sperimentale di rilevanza europea proprio sulla formazione della polizia penitenziaria nell’ambito del trattamento dei bambini. Fase che per Bambinisenzasbarre è sempre stata una questione prioritaria, e che comunque è stata già avviata con incontri sperimentali attraverso il Provveditorato della Lombardia e del Piemonte, utilizzando il modello di formazione che integra la nostra Ecole Enfants Parents, i laboratori di ricerca delle università con cui collaboriamo per un intervento di sistema.

Diamo qui di seguito una sintesi degli otto articoli del Protocollo d’Intesa: che sono, di fatto, delle richieste al carcere in quanto sistema relazionale organizzato di procedure e persone, e riguardano i cambiamenti che permettono di accogliere i bambini eliminando tutti gli aspetti che possiamo definire potenzialmente violenti o traumatici:
– mancanza di libertà e di movimento;
– controllo (perquisizione);
– impossibilità di portare i propri oggetti all’interno del carcere con paura di punizione se trasgredito;
– eccessiva severità nel comportamento degli agenti che potrebbero tendere ad assimilare i familiari e, quindi, anche i bambini ai detenuti, facendoli sentire colpevoli;
– mancanza di informazione circa la verità della detenzione del genitore (sensibilizzazione dei genitori affinché siano consapevoli della necessità di informare i figli e ne assumano la responsabilità);
– il carcere come scuola di legalità, se il carcere interpreta questo compito applicando buone pratiche di prevenzione della violenza percepita destinate ai bambini;
– la colpa legata al padre, se percepita ingiustamente punita, induce ad allearsi con la scelta deviante del padre e assumere e fare propria, inconsapevolmente, la stessa identità deviante;
– eccesso di rigore nel comportamento degli agenti nei confronti dei genitori detenuti. L’eccesso potrebbe far perdere ai bambini il punto di riferimento sicuro, in quanto il genitore non verrebbe più considerato come la persone che li può proteggere; pertanto i genitori detenuti, quando sono con i figli non dovrebbero essere puniti o ripresi per il rispetto del loro ruolo genitoriale.

L’alleanza che questa Carta sancisce con il Ministero di Giustizia e l’Autorità Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza, è fondamentale per raggiungere questi obiettivi insieme ai soggetti che fanno parte del tavolo di monitoraggio.
Bambinisenzasbarre continuerà a fare la sua parte confermando il ruolo ponte tra le Ong europee (la rappresentante europea della nostra rete Cope potrà testimoniare l’impegno di questi due primi anni) e quelle italiane con le quali è già avviata la costruzione di una rete sul territorio.

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Protocollo Bambini senza sbarre