La relazione d’aiuto e le possibilità educative in musicoterapia

“Dio ci ha dato due orecchie ma una sola bocca. Alcuni dicono che è perché voleva che passassimo il doppio del tempo ad ascoltare invece che a parlare. Altri sostengono che è perché sapeva che ascoltare è due volte più difficile che parlare“. (Anonimo)

Premessa

Per capire cosa intendo per relazione d’aiuto credo possa venirci in aiuto Rogers quando scrive che essa è la relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell’altro, che può essere un individuo o un gruppo (Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, ed. G. Martinelli & C.).

Più approfondisco e mi appassiono alle attività ludico sonore ed alla musicoterapia, alla sua pratica ed alla teoria del dialogo sonoro, più mi rendo conto di quanto i suoni, l’ascolto profondo e l’improvvisare musica insieme rappresentino un universo magmatico di possibilità relazionali: possibilità di ascolto, di comunicazione accogliente, di relazioni significative e dialogiche, di “prendersi cura di” …. possibilità, quindi, di Vita con la V maiuscola!

Per cogliere queste possibilità l’intervento del musicoterapista dovrà fungere da “stimolo risonante” in grado di riconoscere e valorizzare i segnali dell’altro: i percorsi sonori saranno sempre meravigliosamente diversi e imprevedibili e noi non dovremo mai avere paura di esplorare. Del resto, come ci ricorda Mauro Scardovelli (Il Dialogo Sonoro, pag 51; Ed Cappelli) uno degli attributi che un musicoterapista deve possedere o acquisire è la personale gioia di vivere, che si manifesta proprio in una visione positiva del mondo e quindi nel desiderio di continuare ad esplorarlo in modo originale e creativo.

E’ poco meno che superfluo ricordare che il fulcro di tutte le riflessioni teoriche dei libri che hanno ispirato queste pagine è il bambino e non la musica. Credo fortemente in questo approccio e penso che esso rappresenti la premessa per una “bella avventura” sia per i bambini, continuamente sollecitati nella loro immaginazione e nelle loro possibilità comunicative, sia per noi educatori-musicoterapisti, condotti su sentieri nei quali dovremo dar prova di flessibilità, immaginazione e creatività per avanzare.

Del resto, come ha affermato acutamente Ashton-Warner, la mente è un vulcano a due bocche: la distruzione e la creatività. Nella misura in cui ampliamo il canale creativo, atrofizziamo quello distruttivo.

Appunti dal mio diario di bordo (considerazioni, spunti e riflessioni di un viaggio nell’universo sonoro).

Il bambino scarabocchia con i suoni e la mamma, pazientemente, con sensibilità e intelligenza, li trasforma in qualche cosa che appare dotato di senso. La madre non trasforma tutte le macchie e gli scarabocchi del bambino. Ne trasforma soltanto un numero limitato e per un tempo limitato, giusto il tempo in cui dialoga con lui. E lui si rispecchia negli scarabocchi e nella macchie che gli rinvia la madre, sente di essere riconosciuto, può cominciare ad esistere nel mondo, dal momento che il mondo, facendosi simile a lui, gli si mostra amico.

Questa è una delle tante frasi di Mauro Scardovelli che mi hanno coinvolto, emozionato e che ben tratteggia e sintetizza il compito del musicoterapista, ovvero il prendersi cura dell’altro: musicoterapia quindi non come “cura” ma come processo, come “prendersi cura di…”.

Se quindi la mamma “traduce gli scarabocchi del figlio” in alcuni momenti della giornata, il musicoterapista, attraverso i suoni e la musica dialoga con l’altro durante tutta la durata dell’incontro. La sua giornata è l’incontro di musicoterapia e nulla deve andare perso perché tutto può fornire spunto per conoscere l’altro meglio e, quindi, per poter comunicare con lui in modo più efficace per aiutarlo a stare bene con sé e nel mondo. Quali caratteristiche dovrà avere e quale approccio dovrà tenere il Musicoterapista per raggiungere un obiettivo così affascinante e complesso? Credo che innanzitutto il Musicoterapista debba condividere e far proprie alcune scoperte significative esplicitate da Rogers nella sua Terapia Centrata sul cliente, ovvero che:

  • non produce alcun frutto nei rapporti interpersonali il comportarsi come se si fosse diversi da come si è (non è quindi né utile né efficace, nelle relazioni con gli altri, tenere una facciata quando interiormente proviamo invece qualcosa di diverso);
  • sono più efficace quando posso ascoltarmi con accettazione e posso essere me stesso (dobbiamo quindi diventare capaci di permettere a noi stessi di essere ciò che siamo!);
  • ha grande valore il momento in cui posso permettermi di capire e accettare un’altra persona (ovvero entrare nel suo schema di riferimento con uno sforzo di comprensione e non per giudicare!);
  • aprire delle vie per mezzo delle quali gli altri possano comunicarmi i loro sentimenti e i loro mondi percettivi personali non solo mi arricchisce ma mi consente di essere sempre aperto alle realtà presenti in me e negli altri, senza essere desideroso di adagiarmi su “cose stabilite”;
  • l’esperienza è la maggior autorità e i fatti sono amici (in quanto ci permettono di vedere cosa è andato bene e cosa invece deve essere riorganizzato: tali riorganizzazioni a volte dolorose sono ciò che si chiama imparare e conducono sempre a un modo di vedere la vita più soddisfacente, in quanto più fedele);
  • ciò che è più personale, è più generale (anche se può sembrare un paradosso è proprio quanto vi è di più personale e unico in ciascuno di noi che, se partecipato o espresso, parlerebbe agli altri in modo più profondo: del resto è questa la verità di questa affermazione che è il presupposto implicito che ci aiuta a capire gli artisti e i poeti, persone che osano, più delle altre, esprimere l’originalità di se stesse);
  • nella persona vi è una forza che ha una direzione fondamentalmente positiva;
  • la vita è un processo fluito e mutevole in cui niente è statico (lo stesso vale a proposito delle teorie e dei modelli).

Interiorizzate queste “scoperte” Rogersiane, il musicoterapista dovrà cercare di avere un approccio coerente con esse e caratterizzato quindi dalla volontà di sviluppare la libertà interiore sua e del paziente nonché, di conseguenza, la possibilità di interpretare significativamente la sua esperienza personale e quella dei suoi pazienti.

Credo inoltre che tale volontà debba possedere alcune “ qualità operative” per essere efficace. Oltre alla già ricordata gioia di vivere, una prima qualità essenziale è senza dubbio la capacità di prestare attenzione all’altro restando in uno stato di distensione e relax per un congruo periodo di tempo; un’altra qualità fondamentale è la capacità di sintonizzarsi con l’emozione dell’altro senza identificarsi (il cosiddetto rispecchiamento empatico). Il Musicoterapista deve quindi avere sempre ben presente che, come ci insegna la PNL umanistica, l’altro dispone autonomamente di ogni risorsa necessaria per risolvere i propri problemi. E’ il paziente, quindi, il più competente per comprendere ciò di cui ha bisogno per autorealizzarsi.

Tutto ciò di cui ha bisogno è un contesto di opportunità ed ecco che il compito fondamentale del Musicoterapista consiste nell’aiutare il paziente a rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il naturale conseguimento del suo progetto interno. Questo presuppone e implica una buona maturità e formazione da parte del Musicoterapista, che deve essere libero e autonomo nel gestire gli stati emotivi che ostacolano fortemente una reale disponibilità e attenzione: la paura del giudizio altrui e del proprio, la paura di non essere all’altezza, di identificarsi o di essere invasi dall’altro, il bisogno compulsivo di dimostrarsi capaci, di ottenere risultati e di tenere la situazione sotto controllo.

Per ciò che concerne l’approccio terapeutico, quindi, il Musicoterapista dovrà cercare di creare una cornice (Framing: funzione per la quale il MT crea una cornice – frame – intorno al “paziente”; ha una funzione organizzatrice dei comportamenti espressivi spontanei del “paziente” che vengono ad assumere un significato relazionale nella ripetizione del contesto, ossia ripetizione sistematica delle sedute) attorno al Paziente per permettere l’avvio della costruzione di una base sicura (concetto fondamentale e su cui torneremo in seguito) che gli permetterà di affacciarsi al mondo interno ed esterno con fiducia e curiosità, sapendo di avere un punto d’appoggio accogliente e rassicurante.

Il modello del Dialogo Sonoro tra Musicoterapista (MT) e Paziente (P), proposto da Scardovelli nell’omonimo testo e ripreso anche dalla Cremaschi nel suo testo “Musicoterapia Arte della comunicazione”, può in estrema sintesi riassumersi operativamente nei concetti dimatching, pacing e leading:

MATCHING (combaciare): rispecchiamento fisiologico, spaziale, speculare delle azioni, suoni, movimenti del P;

PACING (andare al passo): accompagnamento del MT alle azioni, suoni, movimenti del P;

LEADING (condurre): è l’introduzione di novità che permette al MT di entrare naturalmente ed in modo creativo nella relazione.

O Matching e Pacing sono la base per la costruzione del rapport mentre il Leading indica l’apporto di novità che introduce naturalmente il terapeuta come persona creativa, anche per il semplice fatto di essere presente come ascoltatore empatico e come interlocutore partecipe. Nel Leading grandi possono essere le differenze di comportamento tra differenti professionisti ma in ogni caso sarà comunque il P ad utilizzare e scegliere soltanto le proposte più utili per il suo processo di crescita. Le resistenze del P sono un segnale inconscio dello stesso che sta ad indicare al Musicoterapista che sta prendendo una strada inutile o sbagliata.

Possiamo quindi concludere che l’atteggiamento del MT dovrà essere del tipo:sono qui per te e ti accetto per quello che sei, avvicinati e allontanati quanto vuoi. Sperimenta se puoi fidarti di me. Sei libero di scegliere.

Durante il dialogo sonoro con un paziente, il Musicoterapista dovrà invece cercare di evitare atteggiamenti e situazioni “negative”: intervenire troppo presto, senza prendere il tempo necessario alla comprensione di ciò che il paziente sta facendo (fuga nell’azione a scapito dell’osservazione – ascolto – comprensione) oppure attendere troppo prima di rispondere, tentare di calmare forzatamente una situazione, effettuare un rispecchiamento formale invece che una compartecipazione empatica , dirigere senza ascoltare (il rispecchiamento è molto scarso e sono copiosi i rifiuti e le squalifiche), prendere troppo spazio (quindi invadere il paziente, usando cioè le produzioni del Paziente solo per esprimere se stesso) o dare risposte sonore non pertinenti.

Il concetto di base sicura prima citato è uno dei pilastri del modello che stiamo studiando e merita quindi una breve riflessione. Del resto, come ci insegna Bowlby, la caratteristica principale e più importante dell’essere genitori (e più in generale dell’essere una figura significativa) è proprio quella di fornire una base sicura da cui il bambino possa partire per affacciarsi al mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato.

In sostanza questo ruolo consiste nell’essere disponibili, pronti a rispondere quando chiamati in causa, per incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando è chiaramente necessario. Il comportamento di attaccamento è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato . In breve, sembra evidente che cure attente e amorose permetteranno al bambino di sapere che gli altri lo aiuteranno quando ne avrà bisogno e di diventare sempre più fiducioso in se stesso e ardito nell’esplorazione del mondo, collaborante con gli altri e anche – punto molto importante – in grado di provare comprensione e di prestare aiuto a coloro che soffrono.

La tendenza a trattare gli altri nello stesso modo in cui siamo stati trattati è profondamente radicata nella natura umana; e in nessun momento ciò è più evidente che nei primi anni.

Un altro aspetto importante da sottolineare è che il comportamento di attaccamento è caratteristico della natura umana in tutto il corso della vita, ovvero dalla culla alla bara.

Mentre alcuni terapeuti tradizionali potrebbero essere descritti come persone che adottano l’atteggiamento “Io lo so, io te lo dico!”, la posizione sostenuta da Bowlby (Cfr. J. Bowlby, Una base sicura) e che condivido pienamente è quella del tipo “Tu lo sai, dimmelo!”. In questo modo la persona che abbiamo di fronte viene incoraggiata a credere, con un sostegno e occasionalmente una guida, di essere in grado di scoprire da se stesso la vera natura dei modelli che sottostanno ai suoi pensieri, sentimenti e azioni. Fondamentale sarà quindi aiutare l’altro ad esprimere liberamente le emozioni che non osa mostrare.

Sebbene per molti anni sia stato normale per gli psicologi cognitivi omettere ogni riferimento alle emozioni, da parte loro oggi viene riconosciuto che fare così è artificioso e improduttivo (Hinde, Perret-Clermont, Stevenson-Hinde, 1985): tra un essere umano e l’altro non ci sono in effetti comunicazioni più importanti di quelle espresse a livello emotivo , e non esistono informazioni più vitali per la costruzione e la ricostruzione dei modelli operanti del sé e degli altri che le informazioni riguardo ciò che ciascuno sente nei confronti dell’altro.

A differenza che in psicoterapia, tutto questo processo in musicoterapia avviene non con le parole ma grazie a suoni e movimento.

Nella impostazione teorica che stiamo approfondendo nella pratica “ il musicoterapeuta si pone nei confronti della persona di cui si prende cura cercando il senso del suo modo di essere, di comportarsi e di ricevere senza chiedergli prestazioni, senza volersi appoggiare a risposte che, sicuramente, egli non riesce ancora a manifestare” (Giulia Cremaschi, Musicoterapia, arte della comunicazione, Edizione Magi).

L’imprevedibilità è quindi il terreno di lavoro che accomuna Musicoterapista e “paziente”, è lo spazio ed il tempo dove il musicoterapista, mediante il suo porsi, conosce l’altro riscoprendo se stesso. Ciò che conta è la qualità della relazione interpersonale, una relazione educativa la cui efficacia richiede al musico terapeuta flessibilità di comportamento. Poiché educazione viene intesa nel senso etimologico dell’ ex lucere (ovvero del tirar fuori, dello scovare quello che c’è e che, all’apparenza, non traspare neppure, anzi può presentarsi mascherato sotto aspetti diversi) ecco che i suoni e la musica diventano una importante occasione educativa per considerare la persona che abbiamo di fronte nella sua unicità e globalità. Fino a quando continueremo a separare fisico da psichico avremo infatti già operato la prima separazione nel rivolgerci alla persona della quale vorremo prenderci cura: nulla di più coerente da parte sua potrà essere il dimostrarsi separata da noi!

Se ci impegnassimo a pensare a fondo, come ci suggerisce la Cremaschi, non saremmo così frettolosi nel definire i limiti dell’altro, facendolo diventare a tutti i costi un diverso. Non saremmo così tranquilli nel sostenere: “i sordi vivono nel silenzio”: infatti nel silenzio assoluto non c’è possibilità di sopravvivenza. Il grembo materno è stata la prima orchestra che ciascuno di noi ha sperimentato per tutti i mesi della gestazione ed il rispecchiamento in musicoterapia consiste proprio nell’accogliere la persona come corpo vivo e risonante per farle avvertire il poter procedere alla conquista dell’autonomia, a partire da primi progressi, quasi impercettibili.

Invece la lingua batte dove il dente duole e difficilmente la mamma di un bambino sordo “canta” per lui. Non appena viene accertata la sordità, la famiglia diventa muta e al bambino non si parla più. Il bambino si riconosce in questo specchio di silenzio e risponde con il silenzio. Ma ancora e più in generale, il disorientamento, dolore, angoscia di un genitore di un figlio con handicap viene percepito dal bambino ed egli cresce sperimentando il proprio tono corporeo nella relazione con il tono corporeo dell’angoscia e della sofferenza della mamma e del papà. Spesso gli altri di fronte a lui parlano di lui, dei suoi problemi, dei suoi limiti ed egli impara ad assumere il ruolo di persona limitata, di persona diversa (Cfr Giulia Cremaschi, Op. Cit.).

Il suono è relazione: silenzio – suono – silenzio è la relazione fra una voce presente, un’altra voce che subentra, la prima voce che riprende nel passare del tempo. Il “mio” silenzio è ascolto, perché il mio corpo vibra nell’accoglienza della voce di colui che mi parla. Il “suo” silenzio è ascolto, corpo che vibra nell’accoglienza della mia voce che parla: ecco la comunicazione come reciprocità d’ascolto.

In musicoterapia è determinante avere chiara l’interazione costante fra il particolare ed il generale, fra il generale ed il particolare: il Musicoterapista cerca il valore di ciò che accade “dentro” al movimento ed al suono per collegarlo a ciò che è stato prima e con ciò che sta per accadere: ciò che conta è l’emozione che motiva ogni progresso , ogni passo in avanti verso una qualità di vita che conduca all’autonomia e all’indipendenza. Il Musicoterapista accoglie e valorizza senza parlare, rispondendo musicalmente perché ogni gesto che porti alla produzione di timbri, ritmi, melodie, ha valore in senso epistemologico: del resto la stessa parola persona nasce dal sonare, per risuonare e personare. Il personare indica il risuonare attraverso se stesso. Siamo così abituati a parlare che non ascoltiamo il valore musicale della parole che pronunciamo.

Tutto nell’essere umano risuona e persona.

Il Musicoterapista deve saper interpretare nel senso di ricercare sempre ciò che di prezioso c’è nella persona di cui si prende cura. Del resto interpretare deriva proprio da inter-pretia, ovvero essere tra più valori. Siamo lontani anni luce dal concetto di deficit, ovvero dal vedere ciò che manca, ciò che non potrà mai fare perché “mancante”. Un oggetto prezioso porta gioia a chi lo riceve in regalo: il passaggio da gioia a gioiello e a gioco è perfino scontato. In Musicoterapia le emozioni dell’altro sono accolte, condivise, comprese dal musicoterapista che nel contempo avverte le proprie emozioni e le gioca nello scambio comunicativo attraverso il fare musica.

Ogni persona è se stessa: compito del musicoterapista è scovare il più piccolo appiglio per “inventare” l’altro sonoramente e musicalmente, coordinarsi con lui e non scoraggiarsi: perché l’appiglio c’è sempre, perché il suo atteggiamento, il suo modo di porsi sono evidenti con la sua storia, con ciò che ha riguardato la sua vita.

Cerchiamo i bambini, non il loro handicap, ossia la giustificazione per i suoi limiti, per le sue incapacità: la risonanza, giocata nella relazione sonoro-musicale, gli fa avvertire l’accoglienza senza che gli vengano richieste prestazioni.

Nell’operare ci adeguiamo a ogni evoluzione del bambino, interpretando ciò che egli rivela, perché soltanto lui conosce le sue modalità di coordinazione: a noi spetta il compito di far sorgere in lui il desiderio di muoversi, sollecitarlo sempre verso il procedere.

In musicoterapia ciò che conta consiste nel sapere individuare i bisogni dell’altro, nell’ascoltarlo per scovare ciò che in lui non è “intonato”, nel tradurre ogni suo gesto in giochi sonori-musicali che si coordinino su di lui (euritmia) in modo che egli si senta ascoltato perché possa incominciare o rincominciare ad ascoltare, ad ascoltarsi e a ricercare la sua “intonazione”.

Tutto accade nella reciprocità, nella relazione, nel rispetto, nell’essere critici per non cadere nella ripetitività: del resto la musicoterapia non deve mai essere ripetizione ma fondarsi su quegli elementi che, secondo Watzlawick, rendono efficace una terapia: il gioco, lo humor e la creatività (Cfr Giulia Cremaschi, Op. Cit.).

Andrea Farioli

Consulente educativo, musicoterapista e pratictioner di pnl umanistica integrata

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