La devianza minorile

Negli ultimi tempi il fenomeno della devianza minorile ha determinato un crescente allarme sociale per le dimensioni che ha assunto sia sotto il profilo qualitativo, sia sotto il profilo quantitativo.

Da un canto, infatti, le condotte devianti divengono sempre più gravi concretizzandosi in reati che ledono interessi di particolare rilevanza (la vita, l’integrità morale e psichica, la dignità, l’onore) o in comportamenti autolesionisti che rischiano di compromettere irreversibilmente chi li compie (uso di sostanze stupefacenti, prostituzione etc.); dall’altro, la devianza non è più esclusivo appannaggio di alcune sottoculture, così come generalmente avveniva in passato, ma si estende a tutti gli ambiti sociali, anche a quelle “classi medie” che teoricamente sarebbero portatrici dei valori dominanti.

Da questa premessa è nata l’esigenza di affrontare il problema sotto i suoi molteplici aspetti, analizzandone le cause principali, cercando di ipotizzare le forme di prevenzione e dedicando, poi, ampio spazio agli strumenti offerti dall’ordinamento giuridico senza dimenticare che, attesa la minore età dei soggetti deviati, è sempre necessario porre l’attenzione sulla loro rieducazione e su di un corretto inserimento degli stessi nella società, al contempo ricordando, però, che le vittime devono sempre essere tutelate.

Da ciò deriva che la devianza minorile non può riguardare il diritto solo in modo marginale, né limitatamente alla responsabilità penale degli autori dei fatti illeciti, ma investe anche la responsabilità di tutti quei soggetti tenuti alla cura ed all’educazione dei minorenni stessi.

Questa considerazione e l’auspicio che l’attribuzione delle responsabilità possa almeno arginare il fenomeno della devianza, ha indotto a dare particolare risalto a tale aspetto sia in sede civile, sia in sede penale, senza tralasciare i riferimenti alla competenza amministrativa del Tribunale per i minorenni.

Anche al bullismo è stato dato ampio spazio in considerazione dell’espansione che il fenomeno ha conosciuto recentemente, sebbene sia importante sottolineare che questo rientra nell’ambito della devianza minorile di cui rappresenta una forma, anche se con delle specifiche peculiarità, come di seguito vedremo.

La necessità di risolvere o quanto meno contenere il problema, sta determinando le istituzioni a cercare degli utili rimedi e strumenti di tutela, ulteriori rispetto a quelli già offerti dall’ordinamento. Sul punto preme osservare che una legislazione ad hoc, riguardante in maniera esclusiva il fenomeno del bullismo potrebbe essere molto meno efficace di quanto, di primo acchito, si sia indotti ad immaginare. Tanto sembra di poter sostenere per due ordini di motivi.

In primo luogo, va considerato che quante maggiori e specifiche sono le leggi, tanto più è difficile conoscerle e rispettarle; mentre poche leggi, chiare e semplici sono avvertite con maggiore immediatezza dai loro destinatari, più facilmente conosciute e rispettate. Ciò assume ancor più valore atteso che, nel nostro caso, coloro che sarebbero direttamente interessati dalla riforma dovrebbero essere, generalmente, adolescenti e minorenni.

In secondo luogo, prevedendo una disciplina speciale per gli atti di bullismo, si corre il rischio che i bulli siano indotti a sottovalutare le proprie condotte, considerandole differenti rispetto a quelle che caratterizzano i reati commessi dagli adulti o dai minorenni al di fuori del contesto in cui si sviluppa il bullismo. S’intende dire che se, per esempio, un bullo offende la reputazione di un coetaneo oppure lo sottopone ad atti di violenza deve essere consapevole di aver commesso, rispettivamente, i reati di diffamazione e lesioni, sostanzialmente in maniera analoga a quanto avverrebbe se i fatti fossero commessi dagli adulti. Al contrario, una disciplina legislativa creata appositamente per i bulli sarebbe diseducativa, in quanto renderebbe i loro comportamenti qualcosa di diverso rispetto ai reati comuni contenuti nel codice penale ed indurrebbe gli autori dei fatti ed i loro familiari a considerare con maggiore indulgenza i comportamenti vessatori, quasi fossero delle semplici ragazzate.

Il termine bullismo deriva dalla parola inglese bully che potremmo tradurre come gradasso, spaccone. Esso consiste nel compimento da parte di bambini e adolescenti, di atti vessatori e persecutori nei confronti di coetanei. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ché, al contrario, provocazioni e vessazioni di varia natura tra adolescenti sono sempre esistite, ciò che rappresenta una novità, al contrario, è la particolare offensività degli episodi verificatisi negli ultimi anni il che, come è noto, sta determinando effetti molto gravi e preoccupanti.

Le principali peculiarità del bullismo sono: l’azione rivolta a persone che appartengono alla stessa fascia di età del bullo; l’intenzionalità di destare timore e smarrimento nella vittima; la capacità di porre la persona offesa in uno stato di prostrazione che perdura ben oltre l’episodio dannoso; la perpetuazione nel tempo del comportamento vessatorio. Da ciò discende che non si può configurare il bullismo quando sono commessi atti di vandalismo come danneggiamento a cose o animali, a meno che tali condotte abbiano uno scopo intimidatorio su altri soggetti coetanei, né quando i fatti siano diretti ad adulti, nel qual caso si configureranno altre forme di devianza, ma non già il bullismo.

Riguardo al parametro della ripetitività nel tempo della con­dotta persecutoria, invece, può configurarsi qualche eccezione. Così, ad esempio, un comportamento particolarmente grave che pone il ragazzo colpito dall’atto di bullismo in uno stato di soggezione psicologica, nonostante sia un fatto isolato, dovreb­be essere ugualmente ascritto al fenomeno in questione.

Si è detto che il bullismo riguarda rapporti tra pari. In realtà la parità è solo formale, poiché di fatto il bullo, ponendo le sue vittime in uno stato di prostrazione, determina una vera e propria sudditanza.

Non può, pertanto, parlarsi di bullismo a fronte di semplici litigi tra compagni quando tra di essi si mantenga una situazione di parità.

Come si diceva, il fenomeno è in grande ascesa e sta destando forte preoccupazione, poiché non è più relegato ai quartieri periferici o a certe categorie di ragazzi, ma coinvolge indistintamente tutti i ceti sociali. Altro motivo di preoccupazione è rappresentato dalla constatazione che gli atti commessi sono di particolare gravità, accentuata dall’uso delle nuove tecnologie che ha fatto coniare il termine di cyberbullismo.

I recenti episodi di cronaca, infatti, hanno dimostrato che il fenomeno del bullismo ha subito un nuovo impulso a causa dell’utilizzo dei telefoni cellulari dotati di video camera (in uso da parte di quasi tutti i ragazzi) con i quali vengono riprese le scene di soprusi e violenze perpetrati nei confronti delle vittime e poi immessi nel circuito telematico di internet. In tal modo il numero di spettatori non è più relegato ai pochi compagni presenti o ad un gruppo limitato, ma ottiene una diffusione ampissima. Questa forma di bullismo è definita cyberbullismo.

La ragione che spinge i bulli a dare pubblicità alle loro condotte è da ritrovare sempre nel desiderio di esaltare la propria forza, in quell’ipertrofia dell’io così cieca che supera la paura di denunce e della conseguente attribuzione di responsabilità. Al contempo, la vittima viene ancor più umiliata dalla consapevolezza che un numero indiscriminato di persone potrà vedere le violenze subite.

I mezzi telematici, poi, sono utilizzati dai bulli con lo scopo di minacciare le vittime, riprese in un momento di intimità, che la loro vita privata diventerà di dominio pubblico.

Il luogo in cui è più comune che avvengono fatti di bullismo è la scuola, perché in essa i ragazzi trascorrono il maggior numero di ore insieme e la condivisione del loro tempo non è frutto di una scelta, ma è determinata da altri fattori e da motivi del tutto estranei alla loro volontà (stessa età, stesso quartiere). Dunque questi ragazzi, che si trovano a condividere lezioni e giornate scolastiche, non si «scelgono» tra loro, a volte manca qualsiasi affinità, per cui, al di fuori dell’ambiente scolastico, possono non avere nulla da condividere.

Tuttavia, la scuola può costituire soltanto occasione di incontro e di conoscenza, mentre può accadere che gli atti di bullismo vengano commessi al di fuori di essa.

Anche all’interno di un quartiere, laddove analogamente a quanto avviene a scuola ci si conosce e si condivide lo stesso contesto sociale, possono configurarsi episodi di bullismo soprattutto da parte dei così detti «branchi» di giovani ai danni dei ragazzi più deboli.

Si suole distinguere il fenomeno in questione in due categorie: bullismo diretto e bullismo indiretto. Nel primo caso, la vessazione è commessa direttamente ai danni della vittima e consiste nelle condotte più diverse già ricordate (minacce, insulti, violenze di vario genere); nel secondo caso, presso terzi vengono diffuse notizie tendenziose sulla vittima al fine di emarginarla. Questa condotta generalmente configura l’ipotesi del delitto di diffamazione.

Il bullismo presuppone sempre la presenza di due soggetti: il bullo e la vittima, ma nella maggior parte dei casi le persone coinvolte sono di più. Infatti, solitamente, i bulli agiscono in gruppo, inoltre vi sono anche soggetti terzi che con la loro presenza rafforzano il proposito del bullo e, come si è già detto, generalmente costituiscono il motivo principale per cui il bullo agisce. In altri termini, gli atti di sopraffazione sono indotti allo scopo di creare timore nei terzi, di apparire forte e vincente, di ottenere un consenso che viene estorto mediante il metus ingenerato negli altri.

Nei casi infatti in cui gli autori delle azioni offensive siano più di uno, vi è un soggetto leader che si definisce bullo dominante. Nella maggior parte dei caso si tratta di un ragazzo che ostenta una grande sicurezza (in genere solo apparente), irrequieto, che adopera la violenza quale sistema per risolvere i problemi. Generalmente è corpulento, gioisce dell’altrui sofferenza ed ha un bassissimo rendimento scolastico.

Questo soggetto non agisce da solo, ma si serve di altri compagni, i quali vengono definiti bulli gregari. Si tratta di ragazzi che subiscono il fascino della personalità del bullo dominante, essi non ostentano neppure una qualche forma di sicurezza, al contrario, spesso sono soggetti che vivono la preadolescenza con disagio e che subiscono la forte personalità del loro leader. Nella maggioranza dei casi sono soggetti che aderiscono agli atti di bullismo per evitare di diventare anch’essi vittime. La loro condotta consiste nell’informare il bullo riguardo alla vittima, alle sue abitudini, ai suoi «punti deboli»; nel fare da «palo», cioè nell’avvistare l’arrivo di persone o altro pericolo incombente ed avvertire il loro leader al fine di non fare scoprire le sue malefatte; nel riprendere le scene di violenza con il telefonino e nello svolgere tutte quelle attività di «bassa manovalanza», non molto diversamente da quanto avviene nelle dinamiche tra criminali adulti.

Gli atti di bullismo sono compiuti anche da ragazze, le quali generalmente sono più propense alla commissione di fatti di bullismo indiretto, ma non mancano casi in cui le stesse adoperino la violenza fisica su altre ragazze.

È utile che i bulli comprendano il disvalore dei fatti commessi e non li considerino semplici «ragazzate», ma si rendano conto che questi comportamenti costituiscono reati. Da diversi incontri tenutisi con i ragazzi, infatti, è emerso che molti di essi non comprendevano la gravità dei fattiva essi stessi compiuti. Soltanto in alcuni casi si poteva far risalire tali sentimenti ad un substrato familiare e sociale insano (così per figli di soggetti appartenenti alla malavita organizzata secondo i quali le minacce e le manifestazioni di forza fisica sono espressione di potere e personalità), per la maggior parte dei casi, invece, si trattava di una carenza di insegnamenti impartiti dalle famiglie. Pertanto, l’educazione è fondamentale e non solo l’educazione alla legalità, che pure assume rilievo, ma un’educazione al rispetto dei valori etici e dei sentimenti che precedono il rispetto della legge. I reati menzionati, infatti, prima ancora di essere degli illeciti contenuti nel codice penale, non possono che essere avvertiti dalla coscienza civile come dei comportamenti negativi il cui biasimo da parte dei genitori e degli educatori costituisce un dovere morale.

Inoltre, è necessario soffermare la nostra attenzione sulle vittime degli atti di bullismo che, generalmente, hanno determinate caratteristiche.

Si tratta di ragazzi con qualche deficit o handicap, di soggetti che appartengono a ceti meno abbienti, di immigrati oppure di ragazzi particolarmente sensibili, bravi a scuola, timidi ed educati.

Tutte queste categorie che abbiamo illustrato, potrebbero non avere nulla in comune tra loro, ma non è così agli occhi di un adolescente che vuole soggiogare gli altri e che crede nella cultura della violenza. Per il bullo, infatti, il compagno handicappato, quello timido o l’extracomunitario sono persone che avverte profondamente diverse da lui e che considera deboli e, dunque, le vittime ideali di un atto di angheria.

Per concludere, è necessario un accenno anche ai soggetti terzi, spettatori dei soprusi, coloro che, con la loro presenza, inducono il bullo ad agire per manifestare la sua forza presunta e la superiorità sugli altri.

Si tratta di soggetti che hanno una forte dose di responsabilità nei confronti degli atti di bullismo. Spesso, infatti, manifestano una certa ilarità o soddisfazione oppure restano indifferenti. Probabilmente il loro atteggiamento è dettato dalla paura di diventare anch’essi vittime, ma finiscono per diventare quasi complici del bullo. In certi casi divengono «concorrenti morali» e da semplici spettatori si trasformano in bulli gregari. Si pensi a coloro che, dinanzi ad una violenza commessa ai danni di un compagno di classe, suggeriscano ai bulli altri atti da commettere o che sorridendo ed ostentando divertimento rendano più salda la volontà prevaricatrice del bullo.

Gli spettatori hanno una duplice funzione: da un lato, infatti, rafforzano il proposito offensivo del bullo; dall’altro, riducono la vittima in uno stato di prostrazione ulteriore, perché subire delle angherie e delle violenze fisiche alla presenza di terzi acuisce la ferita provocata dagli atti di bullismo.

In caso di cyberbullismo, come si è detto, gli spettatori diventano innumerevoli.

Tra tutti i soggetti interessati dal fenomeno questi ultimi sono i più determinanti, poiché una loro dissociazione esplicita dagli atti di bullismo, la riprovazione, un atteggiamento di biasimo nei confronti dei bulli, potrebbe ridurre enormemente il fenomeno e sarebbe la dimostrazione che i valori fondamentali di lealtà, coraggio, generosità e solidarietà caratterizzano ancora i rapporti tra ragazzi. I fatti di cronaca, invece, ci hanno mostrato giovani che, disincantati ed inerti, completamente indifferenti, assistevano alle violenze subite da un compagno più fragile e sensibile senza provare il bisogno di intervenire in sua difesa.

Francesca Romana Arciuli

Avvocato