Erika e Omar, un verdetto che divide

ROMA – Giusta, assurda. Esemplare, troppo severa. Divide la sentenza su Erika e Omar così come solo i grandi processi riescono a fare. Sui delitti di Novi Ligure non aveva mai parlato prima Livia Pomodoro, presidente del tribunale dei minori di Milano, ma questa volta dice: «E’ una sentenza giusta, umanamente fanno pena ma l’ efferatezza del delitto non poteva che portare a questa conclusione. I giudici di Torino hanno fotografato la verità processuale e noi dobbiamo fare ossequio a questa verità. Una condanna del genere rappresenta una strada di mezzo fra la chiusura totale e la non punibilità». Dunque, una pena giusta, «non mite perché il tribunale li ha ritenuti maturi e capaci e li ha trattati come tali». E la speranza di uscire dal carcere per entrare in una comunità di recupero? «Le misure alternative – sostiene Livia Pomodoro – si possono applicare anche dopo, mentre si sta scontando la condanna». Stessa linea per il coordinamento delle associazioni per la tutela dei diritti dei minori. «Una condanna giusta, esemplare» commenta il presidente Aurelia Passaseo. Pensa soprattutto al futuro lo psichiatra Paolo Crepet, che ha seguito da vicino il caso dei due ragazzi: «I giudici hanno dato una risposta educativa. L’ opinione pubblica sperava in una bastonata e mi pare che sia stata data. Ma c’ è una questione più complessa da considerare. Ci sono di mezzo due adolescenti disagiati. Ebbene, su questo non vorrei si voltasse pagina. C’ è ancora tanto da fare». Un pensiero ad Erika: «Ammesso che esca realmente tra 16 anni, cosa che non credo, a 32 anni avrà ancora una vita di fronte. Sarà una donna migliore di adesso? Non credo proprio». E infine al padre della ragazza: «Spero non sia lasciato solo». «Chi sbaglia paga, la sentenza è equa, ma su questo risultato hanno probabilmente influito le campagne di stampa» riflette il presidente dell’ Osservatorio sul diritto dei minori, Antonio Marziale. «Il verdetto ha un significato positivo, responsabilizzando gli adolescenti, ma è necessario ora non abbandonare i due giovani» avvisa padre Matteo Tagliaferri, responsabile della comunità di recupero per tossicodipendenti “In dialogo”. Pensa ai genitori di Omar e al padre di Erika don Luigi Ciotti. «Non devono sentirsi lasciati soli – dice il fondatore del gruppo Abele -ora che i riflettori si spegneranno sulla vicenda». E continua: «Non dimentichiamoci neppure di Erika e Omar. Sono stati riconosciuti sani di mente, significa che ci sono possibilità di recupero. Bisognerà avviare percorsi che non siano solo il carcere». Cambia toni e si ribalta il giudizio nelle parole dello psichiatra Massimo Fagioli: «Il carcere non serve a nulla, ci vogliono cure psichiatriche perché siamo davanti a menti malate. Insomma, una sentenza assurda, i due ragazzi vanno curati non puniti». Anche don Valentino Culacciati, il parroco di Novi Ligure, appena terminato di celebrare la messa, scuote la testa: «La decisione è troppo severa, avremmo preferito un atteggiamento più comprensivo. La pena poteva essere ridotta e i due ragazzi si potevano recuperare diversamente. Una comunità li avrebbe sicuramente aiutati di più».

Gianluca Monastra

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