Videogiochi, se compaiono questi sintomi portate i bambini dal pediatra

di Antonio Marziale

Un tempo, nell’era industriale, i bambini e le bambine giocavano con oggetti inanimati. Mia madre raccontava che, in tempi di guerra, lei e le sue coetanee cucivano a mano le bambole, con pezze raccattate in giro, le riempivano di paglia e disegnavano la bocca, gli occhi, le orecchie con i carboncini.

Anch’io, nato nell’era industriale, ho giocato pressoché con le stese dinamiche, solo che Big Jim era di plastica, raffinato e snodato nelle articolazioni, così come Barbie per le piccoline. Qualcosa, come la pista o il trenino, cominciava a preludere ad un futuro elettronico sempre più immediato.

Si è così passati al tennis in Tv, un gioco graficamente povero, che a dire il vero a lungo sostare faceva venire il vomito.

Oggi, i giochi sono suadenti, curati in ogni minimo dettaglio, ad alta definizione tecnologica, molto belli a vedersi e tanto simili alla realtà. Pensate che quel famigerato 11 settembre 2001, guardando la Tv, mi è parso in un primo momento di guardare un videogioco, prima di realizzare la tragedia che si stava consumando sotto gli occhi di miliardi di telespettatori.

Cosa è cambiato, nei fatti, solo la dinamica del gioco? No, è cambiato molto di più.

Con i giochi dell’era industriale, inanimati, i bambini davano al pupazzo – per esempio – un nome, lo facevano muovere con le loro manine, lo pettinavano, gli facevano fare il bagnetto e riproducevano ciò che vedevano fare ai genitori nella vita reale, quand’essi si prendevano cura di loro. Questa dinamica conferiva “animismo” al pupazzo, ma era la fantasia del bambino che si sbizzarriva, e la fantasia era sogno, che presto diventava aspirazione e poi progetto. Tanti, giocando ai soldatini sono finiti per fare da grandi i carabinieri, i poliziotti. E tante bimbe sono divenute parrucchiere, maestre. Pensate: tutto partiva dal gioco.

Videogiocare è la stessa cosa? No, affatto. Perché al bambino viene smorzata la fantasia e per vincere deve spersonalizzarsi, spogliarsi della fantasia ed eseguire le istruzioni per l’uso, come un automa telecomandato. Ma c’è altro, ossia il bambino con il videogioco non socializza, non impara a rispettare le regole al cospetto dei altri bambini e si confronta con qualcosa di “freddo” che anestetizza i sentimenti e induce alla solitudine.

Avete mai sentito parlare del GAP? Gioco d’Azzardo Patologico, riconosciuto ufficialmente come patologia nel 1980 dall’Associazione degli Psichiatri Americani, classificato nel DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come “disturbo del controllo degli impulsi non classificati altrove”. É una “dipendenza senza sostanza” che in alcuni casi si accompagna a problemi della sfera emotiva-affettiva-sessuale o a disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività. Nel bambino, il vero senso del gioco attraverso cui si può costruire e scoprire il Sè – quello che vuol dire libertà, creatività, apprendimento di regole e ruoli, sospendendo le conseguenze reali – viene completamente ribaltato per trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.

Per non parlare dei contenuti sempre più violenti dei videogiochi, che spingono i bambini a normalizzare quanto registrano nelle fasi del gioco e far si che nella loro mente si fissi un magma indifferenziato tra finzione e realtà, con conseguente incapacità di discernere il bene dal male.

Impedire ai bambini di videogiocare? No, certamente, ma monitorare il loro tempo a contatto con i videogiochi. Un accesso frequente ma non continuo, frammentato nel corso della giornata, non è un sintomo di videodipendenza. Al contrario lo è la presenza di almeno tre di questi comportamenti:

  • uscire poco e malvolentieri di casa da quando si ha la passione per i videogiochi,
  • il contemporaneo abbandono di hobby e sport,
  • la decisione di saltare i pasti al posto di scegliere di interrompere una partita,
  • il rimanere svegli per giocare fino a tardi,
  • l’andare male a scuola,
  • la mancanza di concentrazione quando non si gioca,
  • la trasandatezza nel proprio aspetto e nel vestire.

Al cospetto di questi sintomi non resta che rivolgersi al pediatra.