Il giudice che salva i figli dai boss, Di Bella: «Sono le madri a chiedermelo»

Di Bella, il presidente del Tribunale per i minorenni celebrato dal «New York Times»: 40 i minori allontanati. Sperimentano la chance di una vita diversa dall’unica conosciuta nelle loro famiglie di ’ndrangheta, grazie ai provvedimenti civili di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale

«Di recente abbiamo provato a parlare con la giovane moglie di uno ’ndranghetista condannato a lunghe pene, lei stessa in attesa di scontare alcuni anni, e con gli altri familiari tutti o assassinati o già detenuti. Le ho chiesto: ha pensato, quando andrà in carcere, che cosa accadrà ai suoi bambini? Che vogliamo farne, lasciarli in balia di questa vita? Lei non ha detto niente. Ma a distanza di tempo è tornata. Da sola. È scoppiata a piangere. E mi ha fatto una sola domanda: se si fa come mi propone, quando sarò di nuovo libera avrò la certezza di ritrovare i miei figli? Certo. E adesso il progetto è partito anche per lei, i suoi due figli sono già presso una famiglia di supporto, lontano dalla Calabria».
Sono già una quarantina i minori, e una decina le loro madri o sorelle, che dall’estate 2012 — quando il Corriere lo raccontò per la prima volta — sperimentano la chance di una vita diversa dall’unica conosciuta nelle loro famiglie di ’ndrangheta, grazie ai provvedimenti civili di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale emessi dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria presieduto da Roberto Di Bella.
Quando può scattare l’allontanamento temporaneo?
«Nei casi più gravi nei quali sia valutato un concreto pregiudizio, riconducibile al metodo educativo mafioso, all’integrità psicofisica dei minori».

Che risultati avete avuto?
«Chi riprendendo la scuola interrotta, chi seguendo i percorsi di educazione alla legalità organizzati, hanno tutti dimostrato di possedere potenzialità che erano compresse dal deleterio ambito di provenienza».
E fallimenti, nessuno?
«Fino ad ora solo un ragazzo ha preso un Daspo allo stadio».
All’inizio vi criticavano, eravate quelli «che deportavano i figli»…
«I provvedimenti sono a tutela dei ragazzi e non contro le famiglie, servono a far sì che siano “liberi di scegliere” il proprio destino affrancandosi dalle orme parentali».
Una rivoluzione che ha portato la Calabria in prima pagina sul «New York Times». Da cosa nacque?
«Dal constatare che continuavamo a processare sempre gli stessi cognomi nei minori imputati di omicidi, associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni: figli di padri al 41 bis che, una volta maggiorenni, presto finivano pure loro al 41 bis e ci trovavano già i fratelli».
Nella ’ndrangheta scarseggiano i collaboratori proprio perché dovrebbero denunciare i più stretti consanguinei: la vostra giurisprudenza minorile inizia a spezzare questa spirale?
«In alcuni casi i provvedimenti hanno determinato o accelerato la disgregazione di relazioni familiari e modelli culturali apparentemente intangibili».
E stanno scuotendo le donne nei clan.
«Alcune indottrinano i figli secondo la cultura mafiosa, ma ce ne sono altre provate dalla sofferenza di lunghe carcerazioni o dalle morti dei familiari. Dopo una prima comprensibile aspra opposizione, molte accettano i programmi educativi e le prescrizioni imposte, nella speranza (inconfessabile) di salvare i loro figli da un destino ineluttabile, e forse quasi sollevate dalla responsabilità di assumere decisioni altrimenti laceranti nel sistema in cui sono inglobate. Abbiamo madri che hanno iniziato percorsi di collaborazione con la giustizia proprio nei locali del Tribunale per i minorenni, e altre che ci pregano di allontanare i loro ragazzi».
Le donne cambiano, e gli uomini?
«Dai detenuti al 41 bis di solito ci arrivavano sempre insulti o minacce. Ma proprio di recente uno, solo uno ma almeno è la prima volta, condannato a decenni da scontare, ci ha scritto: “Grazie dell’opportunità che avete dato ai miei due figli piccoli: l’avessi avuta io alla loro età, forse non sarei finito qui».
Reggio Calabria resta però un caso isolato.
«Un esperimento ancora artigianale, che vive molto sull’iniziativa dei singoli e sul volontariato. E invece occorrerebbe un appoggio istituzionale in risorse, personale, circuiti educativi e soprattutto sbocchi professionali».
Sarà più facile o difficile con la ventilata soppressione dei Tribunali per i Minorenni?
«Non lo so. Ma so che il minorile è un settore di giurisdizione che non può essere mortificato dalla logica dei numeri e dei flussi, in un’ottica aziendale e di limitato orizzonte, perché nei minori è riposta la speranza di rinnovamento culturale possibile — come dimostra questa esperienza — anche in realtà complicate come quella calabrese».

Intervista di Luigi Ferrarella per Il Corriere della Sera

Leggi anche:

Il Garante Marziale ai giornalisti: “Il Tribunale dei Minori non può essere soppresso”